SCRIVERE PER GLI ALTRI O PER SE STESSI?

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LA PRIMA DOMANDA

Per chi dobbiamo scrivere?

Questa è la prima cosa che uno scrittore deve chiedersi prima di mettere mano alle idee.

Molti anni fa, avrei risposto senza esitazioni: “Per sé stessi!”.

Oggi la penso diversamente, ma questo non vuol dire aver conquistato la saggezza.

Semplicemente, credo che ogni forma d’arte, da una scultura, a un quadro, a un libro appunto, abbia bisogno di un suo pubblico per poter brillare davvero. Un pubblico che sappia ammirarla. Altrimenti è arte pura e fine a sé stessa, che non trasmette emozioni a nessuno, tranne a chi l’ha creata.

Quindi è importante porgersi questa domanda, se vogliamo iniziare a scrivere un libro, perché questo è un bivio fondamentale.

Personalmente non sono d’accordo con chi sostiene che scrivere per gli altri significhi uniformarsi a stereotipi e cliché collaudati.

Gli autori americani, è vero, ci hanno insegnato che esistono vere e proprie strategie di scrittura (come il piano marketing di un’azienda) che rendono più facile raggiungere il successo.

Basta scrivere quello che chiede il pubblico, e farlo nel modo in cui lo preferisce.

Ma questa, secondo me, è una sorta di prostituzione artistica, non so quanto resti alla fine delle vere idee dell’autore. E’ scrittura artificiale, in un certo senso.

“Meglio scrivere per se stessi, e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi”

Michael Connelly

Come dargli torto?

Eppure, scrivere per qualcuno significa molto di più, se lo si fa senza tradire sé stessi.

Se bastasse rispettare certi freddi schemi o algoritmi, diventeremmo tutti scrittori di best seller.

No?

LA PAROLA ALL’ESPERTO

Ascoltate cosa ne pensa Franco Forte, scrittore, sceneggiatore e direttore editoriale Mondadori.

SCRIVERE PER SE’ STESSI

  • Non dovremo rendere conto a nessuno. Potremo scrivere come ci pare, rispettando il nostro stile personale e le nostre sole regole.
  • Saremo liberi di affrontare gli argomenti che più ci piacciono e nel modo che preferiamo, anche quelli più improponibili per il mercato editoriale.
  • Probabilmente resteremo gli unici lettori della nostra storia.
  • Probabilmente non pubblicheremo mai, tranne che affidandoci al self publishing.

SCRIVERE PER IL PUBBLICO

  • Dovremo porre attenzione agli argomenti trattati, senza perdere mai di vista l’obiettivo principale: soddisfare il lettore.
  • Dovremo scrivere la nostra storia pensando che qualcun altro la leggerà, quindi rispettando certe tecniche che hanno il compito di renderla comprensibile e credibile.
  • Probabilmente riusciremo a pubblicare con un editore.
  • Se avremo lavorato bene, il nostro lettore si ricorderà di noi e vorrà leggerci ancora.

Quindi, nel primo caso saremo liberi di scrivere come ci pare e piace, senza vincoli o restrizioni, saremo autori e lettori di noi stessi, ma forse non raggiungeremo mai una pubblicazione.

Nel secondo invece, dovremo scrivere per qualcuno che ci giudicherà e commenterà la nostra storia.

Qui le cose si fanno più serie.

Perché se sapremo farlo bene, troveremo un editore disposto a pubblicarci, e il futuro sarà solo nelle nostre mani.

MA ALLORA COME SI SCRIVE PER IL PUBBLICO? 

Innanzitutto é fondamentale iniziare a pensare al lettore non più come entità astratta, ma come persona fisica, reale e in carne ed ossa.

Proviamo a immaginare un signore distinto, qui con noi, adesso, mentre scriviamo; seduto comodamente in poltrona, a gambe accavallate, che aspetta qualcosa di pronto da leggere.

Lui è il nostro pubblico.

Può decidere il nostro successo o la nostra rovina.

Ecco perché dobbiamo fare di tutto per accontentarlo, e dobbiamo farlo bene.

Deve “vedere” la storia attraverso i nostri occhi, e sentire le nostre emozioni. Non è facile, ma nemmeno impossibile. Esistono tecniche narrative che, se applicate nel modo giusto, riducono notevolmente il problema.

E’ come essere gli unici proprietari di un’immensa reggia che custodisce oro e marmi, e della quale solo noi abbiamo la chiave.

Scrivere per il lettore significa forgiare una chiave identica in tutto e per tutto alla nostra e consegnargliela, affinché anche lui possa godere delle stesse ricchezze. Ma per farlo dobbiamo essere ottimi fabbri.

Proverò a concretizzare in un esempio quello che ho cercato di spiegare finora:

ESEMPIO (DA NON FARE!)

Marco sapeva che Riccardo stava mentendo, ma non capiva perché. Eppure glielo leggeva in faccia, in quell’espressione da falso duro di periferia, con i riccioli impomatati e i ridicoli occhiali a specchio. Quella posa da duro poi, proprio non gli apparteneva, figurarsi il coltello che vedeva infilato nella cintola. Marco deglutì.

“Perché mi guardi così?”.

“Ti da fastidio?”. Incrociò le braccia sul petto. “Non è da te”.

Riccardo sembrò soppesarlo con lo sguardo, poi si mosse e gli andò incontro. Marco indietreggiò senza sapere il perché, o forse era bastata la vista di quella mole ad ammansirlo. Toccò il coltello con la punta delle dita.

“Cosa vuoi?”.

“Ehi, datti una calmata” lo apostrofò Marco, cogliendo per un istante la propria immagine riflessa nelle lenti scintillanti.

Questo è un esempio inventato per far capire la differenza tra scrivere per sé stessi o per gli altri. Mi sono ispirato alle correzioni reali di un editing. Tra queste righe sono disseminati alcuni errori che spero abbiate colto.

Più che di errori si tratta di incomprensione del testo.

Riuscite a capire chi fa cosa o chi dice cosa?

Una gran bella confusione, vero?

Eppure basterebbero pochi accorgimenti per restituire chiarezza, basterebbe applicare la regola del soggetto implicito e poco altro. Ma io non ho bisogno di farlo, perché capisco perfettamente la scena che volevo descrivere, ne sono l’autore, anzi, l’autore onnisciente.

Perché ho scritto per me stesso e per la mia personale comprensione, senza pensare minimamente a chi potrebbe leggere.

E il risultato è che un lettore esterno fa una gran bella confusione. 

ESEMPIO (DA FARE!)

Marco sapeva che Riccardo stava mentendo, ma non capiva perché. Eppure glielo leggeva in faccia, in quell’espressione da falso duro di periferia, con i riccioli impomatati e i ridicoli occhiali a specchio. Quella posa da duro poi, proprio non gli apparteneva, e nemmeno il coltello che vedeva infilato nella cintola. Marco deglutì.

“Perché mi guardi così?” chiese Riccardo.

“Ti da fastidio?”. Marco incrociò le braccia sul petto. “Non è da te”.

Riccardo sembrò soppesarlo con lo sguardo, poi si mosse e gli andò incontro. Marco indietreggiò senza sapere il perché, o forse era bastata la vista di quella mole ad ammansirlo. Lo vide toccare il coltello con la punta delle dita.

“Cosa vuoi?” chiese di nuovo Riccardo.

“Ehi, datti una calmata” lo apostrofò Marco, cogliendo per un istante la propria immagine riflessa nelle lenti scintillanti.

Tutta un’altra storia, vero?

E’ bastato poco, ma adesso il testo è comprensibile per chiunque, ed è impossibile confondere dialoghi e azioni.

CONCLUSIONI

In sintesi, tocca a noi decidere quale strada imboccare.

Vogliamo accontentare qualcuno o ci basta accontentare noi stessi?

In entrambi i casi dobbiamo essere sportivi ed accettare i limiti che la nostra scelta ci impone.

Troviamo la riposta alla domanda, e poi non perdiamo tempo.

Mettiamoci a scrivere.

2 pensieri riguardo “SCRIVERE PER GLI ALTRI O PER SE STESSI?

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