COME SCRIVERE UN BUON INCIPIT

6 maggio 2017

Incipit

CONTINUO A LEGGERE O NO?

Questa sarà la domanda che si farà il nostro lettore.

Ma che cos’è l’incipit?

Facendola facile, non è che l’inizio del nostro libro: le prime parole, le prime frasi che verranno lette da chi lo sfoglierà.

Dopo il titolo, rappresenta il secondo biglietto da visita più importante.

E’ il primo impatto con il lettore, il punto cardine attorno al quale ruoterà tutto il nostro lavoro.

Se l’incipit riuscirà a colpire nel segno, il nostro libro verrà letto, altrimenti sarà messo da parte.

Un buon incipit potrà svolgere una duplice funzione:

  • Invogliare il lettore ad acquistare il libro.
  • Invogliare l’editore a leggere il manoscritto.

Un incipit noioso o addirittura incomprensibile, invece, rischierà di annoiare il nostro pubblico, inducendolo a non perdere altro tempo con noi.

Dobbiamo quindi essere bravi a crearne uno travolgente, che con poche parole (o frasi) sappia inchiodare il lettore al testo fino a quando non sarà più possibile mollarlo.

LA FORZA DI UN BUON INCIPIT

“Sono un malato… Sono un malvagio. Sono un uomo odioso. Credo d’aver male al fegato. Del resto non so un corno della mia malattia e non so con precisione dove ho male. Non mi curo e non mi sono mai curato”.

Ricordi dal sottosuolo di Dostoevskij.

Dopo un inizio così… saremmo in grado di abbandonare la lettura?

Io penso di no.

Una volta discesi nella scrittura tenebrosa e penetrante di Dostoevskij, solo un lettore fatto di ferro potrebbe resistere al suo fascino, e distaccarsene.

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi”.

Lolita, di Vladimir Nabokov.

In questo caso possiamo percepire la passione scorrere come musica tra le lettere.

E’ una frase che sembra viva.

Nabokov, con meno di dieci parole, riesce a spingersi oltre il loro significato e inizia così a raccontarci la sua storia.

Lo studio era colmo di un intenso profumo di rose, e quando la leggera brezza estiva agitava gli alberi del giardino, dalla porta aperta giungeva l’effluvio greve dei lillà o la fragranza più delicata dei cespugli rosa dell’eglantina.

Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde.

Qui invece si respira poesia allo stato puro.

Sembra un quadro dipinto con poche, sapienti pennellate, che tratteggiano un’immagine di squisita dolcezza.

“Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce”

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

E che dire di quest’ultimo?

Carico di altissimi richiami psicologici che non possono passare inosservati:

un vecchio, la pesca, la solitudine, l’avversione del fato.

E la domanda che nasce spontanea, anche se indiretta:

che ne sarà di lui?

 

Ecco qual è la forza di un incipit sapientemente calibrato.

Poche frasi, poche parole buttate là (ma nel modo giusto) et voilà.

Il gioco è fatto.

QUANTI MODI DI RACCONTARE UN INCIPIT?

Quanti ne vogliamo.

Sta solo a noi, e alla nostra fantasia.

Ma se desideriamo approfondire, possiamo suddividerli in base a:

Tre piccole categorie che, se usate a dovere, ci permetteranno di crearne uno davvero indimenticabile.

PUNTO DI VISTA

Gli esempi di cui sopra ci spiegano abbastanza chiaramente che un incipit può svilupparsi in:

  • Prima persona (Dostoevskij, Nabokov).
  • Terza persona (Hemingway).
  • In modo descrittivo (Wilde).

E qui vale un po’ la regola della scelta del punto di vista.

A seconda di come condurremo la storia, dovremo creare un incipit che resti sulla stessa lunghezza d’onda.

Se la narrazione avverrà in prima persona, è consigliabile rispettare questa decisione anche nella costruzione dell’incipit, e via dicendo.

Diversamente, rischieremmo di creare uno squilibrio che il lettore percepirebbe immediatamente, finendo col confondersi.

POSIZIONE TEMPORALE

Anche in questo caso possiamo parlare di:

  • Narrazione al presente.
  • Stralci di passato e futuro.

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io (…). Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto -chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili”.

Il giovane Holden, di J.D Salinger

L’autore parte di petto, si cala nei panni del narratore e inizia a raccontarci la sua storia.

E lo fa al presente.

Come se fossimo in un bar, davanti a un caffè, in compagnia di un vecchio amico che ha intenzione di stupirci.

“Una per il dolore, due per la gioia, tre per una ragazza. Tre per una ragazza. Mi sono bloccata al tre, non riesco a proseguire. Ho la testa piena di suoni e la bocca impastata di sangue (…). Sta arrivando qualcuno, mi dice qualcosa”. – Adesso guarda: ecco che cosa mi hai costretto a fare.

La ragazza del treno di Paula Hawkins

In questo caso l’autrice svela un frammento di futuro, che nessuno riuscirà a cogliere a inizio lettura, se non al termine del libro.

Il pensiero della vittima, resta così in sospeso nelle nostre teste inconsapevoli, per riemergere proprio quando credevamo di averlo dimenticato, e farci sospirare: “Ah, ecco! Allora è così che è andata!”.

C’era una volta, ma non molto tempo fa, un mostro che arrivò a Castle Rock, nel Maine. Uccise una cameriera di nome Alma Frechette nel 1970; una donna di nome Pauline Toothacker e una studentessa (…). Non era un lupo mannaro o un vampiro o un mangiacadaveri (…), era solo un agente di polizia che si chiamava Frank Dodd e aveva disturbi mentali e sessuali (…). Ma prima di essere catturato Frank Dodd si uccise e forse fu meglio così. (…). Tornò a Caste Rock nell’estate del 1980.

Cujo di Stepehen King.

King ci propone un incipit molto forte, che inizia come un flashback, un racconto passato e dimenticato, che tuttavia si allaccia alla storia che intende raccontarci oggi, nel presente, ovvero il suo 1980, anno di pubblicazione.

CAPACITA’ DI SUSCITARE DOMANDE

“Pochi anni dopo essere morto, Wild Bill Hicock venne a Mud Creek per una bella sparatoria. Io c’ero. Permettetemi di raccontarvi come andò”.

Il carro magico di Joe R. Lansdale.

In questo caso c’è poco da spiegare.

La genialità dell’autore è evidente e ha un solo scopo. Far sbocciare una domanda:

come diavolo ha fatto Wild Bill Hicock a presentarsi a una sparatoria, dopo essere morto?

E noi, lettori tremendamente curiosi, non potremo far altro che continuare a leggere.

PROVIAMO A COSTRUIRE IL NOSTRO INCIPIT

Immaginiamo di aver scritto un libro ambientato oggi, in un paese devastato da una guerra (poco importa quale e dove).

Il nostro protagonista è Adam Stanton, soldato semplice di trincea. Durante uno scontro a fuoco sarà colpito a morte e tutti lo crederanno spacciato. Ma lui sopravviverà e bla bla bla.

Il resto non ci interessa, tanto non lo scriveremo mai.

Ma proviamo a costruire un paio di incipit coinvolgenti, che sappiano spronare un editore svogliato (o poco interessato) a dare almeno un’occhiata al nostro manoscritto.

Non ho la presunzione di ritenermi abile a creare incipit efficaci, tuttavia ce la metterò tutta per provarci.

Abbiate pietà di me.

ESEMPIO (IN PRIMA PERSONA)

Ho fame. Ho freddo. Ho sonno.

Sono stanco.

E ho paura.

Paura da morire.

Anzi, forse sono già morto e ancora non lo so.

Nel buio distinguo appena sagome, corpi in movimento, grida. E lampi nel cielo. Quelle che vorrei fossero stelle cadenti, sono scie di razzi terra-aria che vanno a schiantarsi sul nemico.  

Il nemico, già. A volte mi domando CHI sia veramente, se esista davvero o sia solo un fantasma nelle nostre teste. Perché io vedo solo uomini, laggiù. A combattere.

Uomini in lotta per non so cosa.

Il tenente Warren mi passa accanto e si volta giusto in tempo per gridarmi qualcosa. Tra i boati e le esplosioni, riesco appena a capire: “Giù!”.

Un forte dolore mi devasta il petto, morde carne e anima.

Tutto si fa buio, i miei pensieri diventano liquidi e scivolano via.

E capisco che poco fa mi ero sbagliato:

ADESSO sono morto.

Ecco fatto.

Scrivendolo in prima persona, sono libero si esprimere le sensazioni e le emozioni del protagonista, le domande che si pone, e posso farlo da subito, perché l’immedesimazione è immediata.

Cerco di usare questa carta per catturare il lettore che sta leggendo.

ESEMPIO DUE (IN TERZA PERSONA)

La luna non si vedeva quasi più.

Soffocata da lampi artificiali e boati, doveva essersene scappata a nascondersi pure lei.

Questo fu il pensiero più stupido che Adam Stanton si concesse mentre osservava i missili terra-aria squarciare la notte e abbattersi sul nemico. 

Rannicchiato nella stessa posizione, l’arma stretta in mano, evitava perfino di respirare. 

La morte lo accarezzava a ogni colpo, mentre lui teneva la testa bassa.

Non era proprio il caso di mettersi a pensare.

La guerra non fa pensare, la guerra uccide il pensiero. Uccide la voglia di chiedersi, forse perché le riposte sono peggiori delle domande.

Di questo Adam Stanton era tristemente convinto. 

Il tenete Warren gli passò accanto e lo fece sobbalzare. Alzò appena il capo a guardarlo, mentre quello gli gridava: “Giù!”.

Poi arrivò il dolore, quel morso al petto che non avrebbe più dimenticato.

Mentre sentiva la ferita sputare sangue, Adam Stanton comprese di essere in viaggio verso la riposta alla domanda più grande di tutte. 

In questo caso non possiamo entrare subito nella testa del protagonista e condividere i suoi pensieri.

Non abbiamo tempo per farlo.

Dobbiamo accontentarci di pochi accenni, perché conviene lasciare spazio all’azione che colora la scena.

UN CONSIGLIO

Per essere notati da un editore, non basta scrivere un buon libro, questo lo abbiamo capito.

Serve un incipit, e che sia ottimo.

Senza quello, le nostre probabilità calano drasticamente, e con loro, la nostra possibilità di successo.

Quindi, la costruzione dell’incipit è una cosa seria, quanto il libro stesso.

Dobbiamo perderci tempo, non possiamo lasciarlo al caso, non possiamo limitarci ad approssimazioni o abbozzare appena qualcosa di carino.

Dobbiamo studiarci sopra, immaginarlo in mille modi, e nei mille modi opposti.

Un incipit costruito bene, non nasce per caso.

E’ frutto di riflessioni, ragionamenti e sperimentazioni.

CONCLUSIONI

Abbiamo visto quindi in quanti modi è possibile creare il nostro incipit:

  • In prima persona, in terza o in modo descrittivo.
  • Usando una narrazione al presente, o saltando avanti e indietro nel tempo.

L’importante è creare un bell’effetto.

Se volete conoscere quelli più famosi della storia, e studiarveli, potete fare un salto su Incipitario.com.

Troverete pane per i vostri denti.

E adesso sarei curioso di sapere come voi avreste immaginato quello di Adam Stanton.

Che ne dite?

Vi va di scrivere due righe?

 

4 Comments

  • Massimiliano Murgia 16 giugno 2017 at 21:47

    Una bella prova senza dubbio. Non avevo mai pensato alla reale importanza di questo elemento. Anche se, banale dirlo, la prima pagina di un mio libro è sempre la più lunga da partorire.

    • Nero su Bianco 16 giugno 2017 at 21:53

      Ciao Massimiliano, ti assicuro che l’incipit è la prima cosa (e spesso l’unica!) che l’editore legge del nostro manoscritto. Se gli piace, forse passa a leggere il resto, altrimenti lo scarta subito. Ecco perché dobbiamo lavorarci molto.
      Grazie per il tuo intervento.

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