LA SPIAGGIA

Spiaggia

La spiaggia sembra infinita, come il paesaggio all’orizzonte.
Non vedo altro che sabbia e scogli e nuvole bianche. L’acqua cristallina s’increspa al soffio del vento, e trasporta odore di salsedine.
Non so da quanto sono in cammino, ma so che il sole picchia forte, brucia sulla pelle, e senza il mio berretto di tela a quest’ora sarei nei guai. Mi trascino in spalla l’ombrellone da troppo tempo ormai, tanto non ne sento quasi più il peso. Con il dorso della mano mi asciugo il sudore dalla fronte e m’innervosisco.
E’ troppo caldo e questo è un pericolo.
Rallento la marcia fino a fermarmi, il tempo di riprendere fiato e scrutare in lontananza. La spiaggia prosegue desolata, senza regalare uno straccio d’ombra, e l’unico modo di rinfrescarsi sembra quello di buttarsi in acqua.
Ma ho paura a farlo. Non di giorno, almeno.
Se il caldo tornasse a bruciare come quella volta, non credo che farei in tempo a mettermi in salvo. Ancora non riesco a crederci, eppure è andata davvero così.
La fine del mondo, gente.
Ce l’ho sempre davanti agli occhi, come fosse ieri.
Io e mia moglie Anna eravamo giunti su questa spiaggia non so più quanto tempo fa. Sembrano secoli ormai, ma probabilmente si tratta solo di un paio d’anni. Eravamo arrivati dopo ore di auto e nemmeno una sosta per rinfrescarsi. La spiaggia più bella d’Italia, stupenda quanto affollata. Dopo mesi di duro lavoro, un paio di giorni di riposo ci erano sembrati veramente il minimo. Avevamo portato tutto con noi, ombrellone, teli, libri, riviste ma una volta parcheggiato, il problema era stato trovare un angolo di spiaggia libera. Solo alla fine eravamo riusciti a piantare l’ombrellone, con lo stesso senso di gloria che doveva aver provato il primo uomo sulla Luna. Mi ero subito sistemato all’ombra, con la mente sgombra dai pensieri, mentre Anna aveva preso a spogliarsi.
Certo, eravamo un po’ ristretti, ma meglio di niente; davanti a noi una cicciona con tre bambini al seguito che facevano un baccano d’inferno; alla nostra destra tre giovani che ascoltavano rock a tutto volume, alla sinistra una coppietta che pomiciava di brutto. Dietro di noi, per fortuna, un innocuo cestino dei rifiuti che garantiva un briciolo di riservatezza, anche se non abbastanza. Ecco infatti arrivare una ragazza, stendere un telo e sdraiarsi con disinvoltura; sorseggiando una bibita ghiacciata, aveva allungato i piedi fin quasi a toccarmi la punta dei capelli.
Anna si era buttata subito in acqua per sfuggire alla calca e all’afa, e ben presto molti l’avevano imitata. In breve, ero rimasto l’unico ancora sotto l’ombrellone.
Ebbene, proprio mentre iniziavo a socchiudere gli occhi, tutto era accaduto. La temperatura aveva preso a crescere senza controllo, probabilmente di qualcosa come dieci gradi il minuto; un caldo infernale, indescrivibile, che rendeva difficile, se non impossibile, persino respirare. Ricordo momenti di gran panico. La gente aveva cominciato a lanciarsi fuori dalle onde gridando, mentre l’acqua bolliva come quella di una pentola sul fuoco. Ho visto Anna uscire dal mare terrorizzata e bruciare letteralmente viva in meno di cinque passi, sotto il sole furioso. Fiamme gialle l’avevano avvolta dappertutto riducendola in cenere. Dio, non dimenticherò mai quella scena. Il panico divenne terrore. Come Anna, tutti avevano preso a far la stessa fine. Combustione spontanea o come cavolo si chiama. Chi veniva risparmiato dai raggi solari, moriva in maniera ben più atroce, tra le spire dell’acqua bollente. Io osservavo tutto boccheggiando, e cercando di ingoiare più ossigeno possibile mentre sudavo copiosamente. Ricordo una ragazza correre verso un ombrellone a caso, vicino al mio, le gambe che si muovevano veloci, la pelle che si accartocciava su sé stessa, i capelli un cespuglio di fuoco.
La vedo ancora oggi, che cade dinanzi a me, ridotta uno scheletro fumante che si dissolve in cenere al contatto con la sabbia.
Solo a quel punto presi a gridare anch’io. Non capivo cosa stava succedendo, ma sapevo che la mia salvezza stava proprio là, nel riparo dell’ombrellone. Non sarei dovuto uscire per nessun motivo al mondo. Mi rannicchiai con le ginocchia stretta la petto e i tappai le orecchie per non sentire più le grida. Quando tutto fu finito, mi guardai intorno e scoprii con disgusto di essere rimasto solo. L’unico sopravvissuto a quel capriccio solare. Degli altri bagnanti non restava più nulla. L’acqua del mare bolliva ancora, e i pesci saltavano fuori come impazziti, consumandosi al sole prima ancora di tornare a toccare l’acqua.
Poi, d’improvviso, com’era cominciato, tutto finì. Il caldo diminuì bruscamente tornando a temperature regolari e l’acqua si placò. La mattanza era durata non più di dieci minuti, sufficienti però a sterminare ogni forma di vita sulla spiaggia, tranne me. Restavano solo ombrelloni vuoti, giornali sfogliati dal vento, giocattoli, termos. Inspiegabilmente il calore aveva decimato gli uomini e risparmiato i loro oggetti.
Me ne restai sotto l’ombrellone fino al tramonto, e non so dopo quanto tempo smisi di singhiozzare. Sentivo che il clima era tornato quello di sempre, ma non mi fidavo. Mi alzai solo a notte fonda. Le gambe mi dolevano e minacciavano di farmi crollare a ogni passo, tuttavia dovevo muovermi. La macchina. Dovevo tornare alla macchina.
Impiegai un po’ prima di raggiungerla, ma proprio quando stavo per salire a bordo, era spuntata l’alba. Com’era possibile? Dovevo aver perso il senso del tempo. La paura si impadronì di me. Lascia perdere l’auto e mi precipitai verso la spiaggia. Quando raggiunsi l’ombrellone, mi ci buttai sotto, mentre il sole illuminava la linea del mare all’orizzonte. Rimasi fermo ancora un po’ prima di decidermi a sfidarlo definitivamente. Non potevo pretendere di restare là sotto in eterno. Cacciai fuori una mano e avvertii il calore pungente del normale sole d’estate. Provai con l’intero braccio, e solo dopo un bel respiro misi fuori la testa. Niente, nessun pericolo, tutto a posto. Pregando, me ne uscii allo scoperto e solo allora capii di essere veramente fuori pericolo. Per il momento.
Però non sapevo cosa fare, dove andare, non sapevo se il sole sarebbe impazzito di nuovo, o se tutto fosse definitivamente scongiurato. L’unica cosa certa era che il giorno prima la spiaggia brulicava di turisti, e adesso di loro non restava che cenere e qualche giornale. Non mi lasciai abbattere. Forse, oltre le lunghe distese di sabbia, poteva esserci qualche sopravvissuto come me, pensai, vale la pena di tentare. Saccheggiai le scorte di cibo e acqua sotto gli ombrelloni vuoti, e mi misi in cammino verso chissà dove.
Quel giorno vagai per lunghe ore senza incontrare anima viva, solo altri ombrelloni, sdraie, teli spazzati dal vento, materassini abbandonati alle onde. Potevo quasi percepire nell’aria il ricordo dei profumi e degli odori delle persone che non c’erano più. Continuai la mia triste marcia fino al tramonto, senza imbattermi in niente di vivo. Al calare del sole mi sedei sulla sabbia, mi spogliai e mi gettai in acqua. Là, cullato dal fresco abbraccio del mare, sotto la volta punteggiata di stelle, per un attimo mi sentii felice. Libero e felice. Quando uscii, gridai alle costellazioni che mi risposero con una stella cadente. La vidi staccarsi dalle altre e tracciare nel buio una specie di sorriso. Bevvi una lattina di birra e mangiai un paio di panini, poi piantai l’ombrellone, lo aprii e mi sistemai sotto. Non ricordo di aver sognato, quella notte.
Quando mi svegliai al mattino, il sole era già sorto. Prima di uscire allo scoperto cacciai di nuovo fuori la mano, poi chiusi l’ombrellone e mi caricai in spalla il sacco delle provviste. Ripresi il mio cammino, il mio strascico di vita randagia alla ricerca di qualcosa che forse non esisteva più. Mi chiedevo cosa ne fosse del resto del mondo, se quell’onda di calore travolgente avesse fatto piazza pulita di tutte le città, ma non osavo darmi una risposta.
Da allora fino a oggi, ogni giorno, ho camminato scrutando l’orizzonte e non ho visto altro che spiaggia e mare a perdita d’occhio. Sono diventato il padrone della terra, di questa terra e di tutti i suoi macabri trofei. Un’immensa spiaggia senza fine, tutta quanta per me. Ho marciato per giorni interi, settimane, mesi, cibandomi di quello che trovavo e sempre pronto ad aprire l’ombrellone in caso di pericolo, ma devo ammettere che da quella volta non ce n’è stato più bisogno. Il colpo di sole letale non si è più ripetuto.
Adesso scruto il cielo alla ricerca di qualche aeroplano che lo attraversi, ma non vedo niente. A consolarmi, il dolce sibilo del vento che mi rinfresca la pelle, e il lussurioso invito dell’acqua che mi lambisce i piedi, cancellando ogni traccia del mio passaggio, come se la terra che ho preso in sposa volesse custodire gelosamente la mia presenza. E anch’io la amo, adesso lo so. Viviamo un dualismo perfetto che non ammette intrusioni, io esisto se lei esiste, e fa di tutto per aiutarmi a esserci, a non morire. Trovo sempre cibo in abbondanza dentro gli zaini abbandonati, ma anche quando non trovo nulla, ecco che la costa si riempie di palme e alberi da frutto che al mio passaggio lasciano cadere i loro doni. Il sole non brucia nemmeno più come prima, anzi, il suo tepore adesso è un bacio che riscalda la pelle.
Più passa il tempo e più mi sento a mio agio nella solitudine di questi spazi immensi. Forse è questa la libertà, penso. E’ questo il Paradiso. Niente più regole, niente più civiltà. Mi godo i profumi, le essenze, i suoni, le sensazioni che derivano dal mio interagire con la terra, in perfetta solitudine.
Solitudine? E chi ha parlato di solitudine?
Ho la spiaggia. La mia spiaggia. E resterò legato a lei fino alla fine del mio cammino.
Se mai esisterà.

Mi arriva qualcosa in faccia. Sembra un pallone.
Mi sveglio spaesato e mi guardo intorno. Davanti a me, un bambino dai capelli rossi ride mostrandomi l’unico dentino che ha, e con un gesto della mano reclama la sua palla. Mi alzo sui gomiti, e la prima cosa che arriva è il frastuono di una radio alla mia destra. Raccolgo la palla e la restituisco. La cicciona abbassa per un attimo la rivista di moda che tiene in mano, mi guarda, e torna a leggere sbuffando. Mi sdraio di nuovo sotto l’ombrellone. Mi raggiungono odori sgradevoli: olio solare, sudore, cibo. I ragazzi alla mia destra alzano il volume della radio. Li osservo, e quelli sostengono il mio sguardo senza batter ciglia, poi scoppiano a ridere tutti insieme. Cerco di dedicarmi ad altro. Vedo Anna immersa nel mare che si gode la freschezza delle onde. Forse dovrei fare un bagno anch’io, tanto per sottrarmi a quest’incubo di corpi unti e caldo asfissiante. E pensare che ho guidato ore, solo per ritrovarmi intrappolato in un fazzoletto di spiaggia tra centinaia di estranei.
Borbottando, mi giro sulla pancia e mi cade lo sguardo sulla coppietta che pomicia. A occhio e croce, tra poco qualcuno chiamerà la Buoncostume.
Mi pento di essere qui.
La spiaggia più bella d’Italia si sta trasformando in un volgare incubo.
In preda a un forte nervosismo, mi distendo di nuovo sulla schiena, e la ragazza dietro di me lancia un grido stridulo. Mi giro a guardarla e la vedo che sbraita qualcosa verso di me. Mi dice che sono un cafone, che nel voltarmi le ho sfiorato i piedi e lei è sobbalzata, rovesciandosi la bibita sul costume nuovo e adesso bla, bla, bla. Resto di stucco. Le porgo le mie scuse, ma quella arrotola il telo, se lo ficca sottobraccio e se ne va. Tiro un lungo sospiro e torno a sdraiarmi. Arriva Anna, tutta bagnata, che mi afferra per un braccio e m’invita a fare il bagno. Le rispondo che non mi va e intanto guardo verso il mare, mentre lei se ne sta in piedi e si strizza i capelli avvolti in una lunga coda. L’acqua sembra divenuta una poltiglia di colori oleosi. Anna insiste ancora, ma riesco a dissuaderla che l’avrei raggiunta tra poco, il tempo di riposarmi un altro po’. Lei mi bacia e se ne va, facendo slalom tra i teli piazzati ovunque. Incrocio le braccia sotto la testa, e penso al sogno di poco prima. Credevo di essermi svegliato da un incubo per tornare alla realtà, ma le cose stanno esattamente al contrario.
L’incubo è questo.
Lentamente, cerco di distaccarmi dai suoni della spiaggia affollata, dalle grida, dagli schiamazzi, dalla musica, dagli odori. Dalla gente. Dal mondo.
Poi chiudo gli occhi.

Li riapro.
Il sole è già sorto, è una bella mattina come tutte le altre, e il caldo è lo stesso di sempre. Stavolta so che non ho bisogno di mettere la mano fuori, prima di uscire allo scoperto, non ho mai avuto nulla da temere. Mi carico in spalla l’ombrellone. La borsa dei viveri è ancora mezza piena, e comunque non mi preoccupo. Scruto l’orizzonte e mi assale un inspiegabile senso di euforia quando vedo solo sabbia, mare e nient’altro.
Nient’altro.
Solo io e la spiaggia.
Il cammino è lungo e io non vedo l’ora di riprenderlo, perché anche se non so quando mi sveglierò, presto succederà e allora non vedrò più questa terra per molto tempo. Quando riaprirò gli occhi, sarò tornato schiavo delle abitudini, dei ritmi, un’ape operaia indaffarata a sacrificarsi per una regina che non esiste. Ma ogni volta che li richiuderò, da qualche parte, oltre le regioni oniriche, nascosta tra le pieghe della mente, c’è una spiaggia silenziosa e lontana che aspetta solo il mio ritorno.

 

di Fabrizio Manera

3 pensieri riguardo “LA SPIAGGIA

  1. Mi è piaciuto molto leggere questo racconto. Ho avuto la sensazione di trovarmi realmente su quella spiaggia infernale gremita di gente molesta e rumorosa e ho provato la stessa sensazione di smarrimento che ha investito il protagonista al suo risveglio.
    Le atmosfere di questo testo mi hanno fatto tornare alla mente alcuni episodi di una vecchia serie televisiva che, di tanto in tanto, amo riguardare: “ai confini della realtà”.
    Complimenti all’autore!

  2. Molto bello, mi sono sentita sulla spiaggia con lui … piena di invidia per quel sole e quel mare che esce dalla pagina. 🙂

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