OTTO NUOVI CONSIGLI PER SCRIVERE BENE

17 maggio 2017

Scrivere

C’E’ SEMPRE QUALCOSA DA IMPARARE

Dopo i sei consigli per scrivere bene, di cui ho parlato in un precedente post, eccovene altri otto.

Scrivere significa non solo mettere in fila parole sulla carta (o sul PC), ma anche continuare a imparare.

Che cosa?

Trucchi e metodi che spesso ignoriamo.

Di seguito ho riassunto i consigli che ritengo fondamentali per migliorare il nostro talento:

  • Sapiente uso di sinonimi.
  • Evitare le ripetizioni.
  • Trovare alternative ai verbi ausiliari.
  • Evitare gli eccessi.
  • Occhio alla punteggiatura.
  • La “d” eufonica.
  • Limitare l’uso di termini stranieri.
  • Ridurre al minimo l’uso delle parentesi.

    SAPIENTE USO DI SINONIMI 

I sinonimi non sono che alternative ai soliti verbi e parole, usate e abusate.

Dimostrare abilità nella loro scelta, significa accrescere il proprio stile, superare la piatta semplicità del parlato, e addentrarsi nei meandri della professione che ci siamo scelti.

ESEMPIO UNO:

Ieri sera ho detto a Elena che Marco mi ha detto di non arrabbiarmi per quella cosa. Lei gli ha dato ragione, e poi siamo usciti per una birra, e mentre camminavamo mi ha detto di camminare più piano, che con i tacchi non ce la faceva a starmi dietro. Abbiamo fatto anche un po’ di foto ai monumenti della piazza.

Questa è una frase di pessima leggibilità, come spero avrete notato.

Se avessimo fatto un uso sapiente di sinonimi, avrebbe potuto essere così:

Ieri sera ho detto a Elena che Marco mi ha riferito di non arrabbiarmi per quella cosa. Lei gli ha dato ragione, e poi siamo usciti per una birra, e mentre camminavamo mi ha implorato di procedere più piano, che con i tacchi non ce la faceva a starmi dietro. Abbiamo scattato anche un po’ di foto ai monumenti della piazza. 

Che è tutta un’altra cosa, non trovate?

Senza perdere di contenuto, la frase risulta più graziosa, più digeribile.

La stessa regola va adoperata anche e soprattuto nei dialoghi.

ESEMPIO DUE:

“Buongiorno” disse Marco.

“Buongiorno. Come stai?” disse Elena. 

“A pezzi, Ho dormito due ore, stanotte” disse Marco.

“A chi lo dici” disse Elena. 

Con pochi banali accorgimenti, anche in questo caso, potremo fare di meglio:

“Buongiorno” disse Marco.

“Buongiorno. Come stai?” rispose Elena. 

“A pezzi, Ho dormito due ore, stanotte” si lamentò Marco.

“A chi lo dici” ribatté Elena. 

Visto?

Ci vuole poco.

Tuttavia, se siamo avari di fantasia, facciamoci aiutare dal dizionario prima di tutto, e dalla tecnologia, che non fa mai male.

Delle volte io uso Brain Storming Vision, un software molto utile per trovare possibili alternative al termine che stiamo cercando.

E’ facile da usare, in italiano, e soprattutto gratis.

EVITARE LE RIPETIZIONI

Insistere troppo all’interno della stessa frase con aggettivazioni inutili o ripetizioni di termini che possono essere facilmente sottintesi, può risultare dannoso.

Ricordiamoci sempre, come detto in altri post, che il lettore non è uno stupido.

Non c’è bisogno di rimarcare continuamente le stesse cose, per timore che non vengano comprese.

ESEMPIO:

Quel quadro alla parete era bellissimo, ammaliante e intenso, più bello di quello nell’altro sala.   

Va bene, l’abbiamo capito: il quadro è bello.

Ma non sarebbe stato meglio scriverlo così?

Quel quadro alla parete era davvero bello, più di quello nell’altra sala.

Eliminando alcuni aggettivi inutili, e quel ripetersi di bellissimo/bello, la frase ha goduto di un netto miglioramento.

ALTERNATIVE AI VERBI AUSILIARI

E’ un po’ come per i sinonimi.

Mettere in pratica questo consiglio, può rivelarsi un esercizio semplice e efficace.

Allo stesso modo in cui, quando guidiamo, preferiamo evitare gli ausiliari del traffico, facciamo lo stesso quando scriviamo:

evitiamo l’uso del verbo essere e avere.

Troviamo un modo diverso di raccontare le stesse cose.

ESEMPIO:

Marco aveva fatto la spesa ed era tornato a casa in fretta. Aveva voglia di una pizza, ma ormai il ristorante più vicino era chiuso e lui non aveva voglia di camminare oltre. 

Ora proviamo a sostituire i verbi essere e avere con sinonimi o modi di dire, che lascino inalterato il senso della frase:

Marco raggiunse casa in fretta, trasportando ancora la spesa. L’idea di una pizza lo stuzzicava, ma sapeva che il ristorante più vicino stava chiudendo, e lui non desiderava camminare oltre. 

Meglio, no?

Diventare bravi nel descrivere la stessa scena in una forma lessicale diversa, ci porterà solo vantaggi.

Come abbiamo visto, le cose si possono raccontare in tanti modi, non necessariamente in quello più banale e scontato.

EVITARE GLI ECCESSI

E’ sempre meglio condensare il pensiero in frasi dirette allo scopo, senza tergiversare troppo o lanciarsi in inutili spiegazioni di cui si può fare anche a meno.

Andare dritti al punto, senza girarci intorno.

Questo è il trucco.

ESEMPIO UNO:

Marco si piegò sulle ginocchia. Le sue gambe gli dolevano da morire.

A meno che non intendiamo le gambe di qualcun altro, non serve specificare di chi siano.

E’ ovvio che sono di Marco, l’unico soggetto della frase.

Sarebbe bastato scrivere così:

Marco si piegò sulle ginocchia. Le gambe gli dolevano da morire.

Purtroppo questo è un errore abbastanza frequente fra gli autori alla prime armi, e deriva dall’assuefazione alla lettura di brutte traduzioni dall’inglese.

Gli anglosassoni, infatti, inseriscono sempre la locuzione his o her, per identificare il senso del soggetto (maschile o femminile).

La colpa è dei traduttori italiani, che dovrebbero sapere che a casa nostra la suddetta regola può venir meno.

ESEMPIO DUE:

Quel campione di wrestling aveva due braccia grosse come tronchi.

Per quel che no so, le braccia sono da sempre due, quindi che bisogno c’è di specificarne il numero?

Quel campione di wrestling aveva braccia grosse come tronchi.

Et voilà.

Una limatina qua e una là, nei punti giusti, e il nostro testo sarà sempre più perfetto.

OCCHIO ALLA PUNTEGGIATURA 

Guai a trascurare la punteggiatura.

E’ l’ago della bilancia che serve a calibrare un discorso e farlo pendere da una parte piuttosto che dall’altra.

Diversamente, può stravolgerlo e modificare il significato originale che volevamo sottintendere.

La punteggiatura serve inoltre a determinare il soggetto a cui si vuole allacciare il verbo, quindi attenzione!

ESEMPIO UNO:

Dimmi la strada per quella casa vecchia.

Il concetto è chiaro, mi sembra, e non vi offenderò cercando di spiegarlo.

Ma se scrivo così?

Dimmi la strada per quella casa, vecchia.

Basta una virgola, e il significato cambia.

Non stiamo più parlando di un vecchio edificio, ma ci stiamo rivolgendo a qualcuno che nel primo esempio non figurava:

una vecchia.

ESEMPIO DUE:

Ci credi? Non mi ha chiamato nessuno finora.

Magari in questo caso non ci sembra, ma la frase è scorretta.

Serve una virgola (di nuovo), per dare pieno senso temporale al discorso.

Ci credi? Non mi ha chiamato nessuno, finora.

Ecco fatto.

Nell’altro caso, avremmo anche potuto supporre che finora fosse il nome del soggetto che parlava.

ESEMPIO TRE:

La donna si affacciò trafelata e gridò. “Ma cosa cavolo ci fate ancora lì?”.

Anche in questo caso assistiamo a un uso scorretto della punteggiatura, che soprattutto nei dialoghi deve rispettare stili e forme.

La donna si affacciò trafelata e gridò: “Ma cosa cavolo ci fate ancora lì?”.

I due punti devono sostituire il punto, che si usa quando una frase termina.

In questo caso il dialogo ne è il proseguimento, e quindi serve la punteggiatura adeguata.

Comunque sia, impariamo bene due semplici regole sulla punteggiatura:

  • Dev’essere sempre attaccata alla parola che la precede.
  • Dev’essere sempre separata da uno spazio da quella che la segue.

Il miglior trucco che abbiamo per correggere problemi di punteggiatura, è leggere il testo a voce alta.

Sembra una banalità, ma provate a farlo e poi mi direte.

LA “D” EUFONICA

Questo è un errore molto ricorrente tra gli autori alle prime armi.

Sebbene nasca direttamente nelle scuole, dove alcuni insegnanti si ostinano a perpetrarlo a oltranza, le case editrici non sono dello stesso parere, e pongono molta attenzione allo scempio della “d” eufonica.

Perfino il correttore ortografico di Word, ci propone la “d” eufonica (provare per credere).

Eppure è semplice.

La regola vuole che una congiunzione che si allaccia a una parola iniziante per vocalenon porti la “d” finale.

ESEMPIO:

Ed andando avanti, trovò la macchina ed anche quel camion nero. 

In questo caso, dovremmo scriverlo così:

E andando avanti, trovò la macchina e anche quel camion nero. 

Diversamente, la stessa regola vuole l’uso della “d” solo quando una congiunzione si trova a fronteggiare una parola che inizia per la stessa lettera.

Quindi:

  • Od oltremodo.
  • Ed era.
  • Ad Alessandria.
  • Ed ecco.

In questi casi nessun editore si scandalizzerà.

LIMITARE L’USO DI TERMINI STRANIERI

Se vi state chiedendo il perché, la mia risposta è:

perché no?

Pensiamoci bene:

siamo italiani, dopotutto, e scriviamo per un pubblico principalmente italiano.

A meno che non sia indispensabile, perché sostituire parole della nostra madrelingua, con altre in lingua diversa?

Non si tratta di campanilismo, ma di pensare sempre e comunque al lettore.

Come detto più volte, egli non è uno stupido, ma questo non significa che sia anche poliglotta.

Oggi tutti conosciamo almeno una lingua (ma sarà vero?), ma perché rischiare, dico io?

ESEMPIO

Non era quello il momento giusto per affrontare la questione in ufficio. Ne avrebbero parlato più tardi, durante il coffe break. 

Mah.

Io avrei scritto così:

Non era quello il momento giusto per affrontare la questione in ufficio. Ne avrebbero parlato più tardi, in pausa. 

Che ci vuole?

E’ più chiaro per tutti, e non rischieremo che lettori più indisponenti o meno preparati si disinteressino al nostro libro perché ritenuto inadatto al loro livello.

RIDURRE L’USO DELLE PARENTESI

L’uso della parentesi ha il brutto vizio di spezzare il filo di un discorso.

Talvolta le usiamo perché fanno comodo, per inserire note o commenti che altrimenti non troverebbero spazio all’interno della frase, ma così facendo apriamo una fenditura nel corso della lettura.

E’ come viaggiare in auto su una strada sgombra, e infilare una buca che ci fa sobbalzare e rallentare, prima di riprendere lentamente la velocità di marcia.

Fino alla prossima buca.

ESEMPIO:

Marco stava guidando da troppe ore, ormai, e si sentiva stanco (quella sensazione di fastidiosa sonnolenza), così decise di fermarsi. Per fortuna trovò un bar ancora aperto (di solito chiudevano prima) e ordinò un caffè.

Non sarebbe stato più semplice e meno faticoso, scrivere così?

Marco stava guidando da troppe ore ormai, si sentiva stanco e assonnato, così decise di fermarsi. Per fortuna trovò un bar ancora aperto e ordinò un caffè.

La frase resta la stessa, e la lettura procede spedita e senza inutili interruzioni.

CONCLUSIONI

Se dovessimo riassumere la sostanza degli otto consigli di cui vi ho parlato, poteremmo dire che per scrivere bene occorre:

  • Essere sintetici.
  • Evitare eccessi, ripetizioni e tutto ciò che può danneggiare o ingarbugliare la forma e la comprensione del testo.
  • Usare a dovere la punteggiatura.
  • Imparare la regola della “d” eufonica.

Se questi pochi consigli ancora non ci bastano, andiamo a dare un’occhiata a quelli che proponeva Umberto Eco.

I miei sono solo otto, più i sei della volta scorsa.

I suoi sono ben quaranta.

Per i più audaci e coraggiosi.

8 Comments

  • Rosanna 18 maggio 2017 at 8:54

    I tuoi consigli sono sempre preziosi. Grazie

    • Nero su Bianco 18 maggio 2017 at 9:18

      Grazie a te per averli apprezzati

  • Giusy 19 maggio 2017 at 16:32

    Articolo molto interessante. Ho preso appunti.
    Grazie, Filippo!

    • Nero su Bianco 19 maggio 2017 at 16:54

      Grazie a te! Ci mancherebbe.

  • ela 3 giugno 2017 at 23:22

    buona serata Filippo, questo mi ha fatto venire in mente un fatterello di circostanza in cui mi imbattevo ogni santo giorno all’università: quella che sembrava la traduzione in italiano delle istruzioni per l’uso del distributore di carta asciugamani. C’era scritto a lettere tonde tonde: “tirare con due mani”. Mi veniva sempre da pensare in quanti ne avessero 3, 4, 5…

    • Nero su Bianco 4 giugno 2017 at 9:55

      Hai trovato un esempio davvero simpatico!

  • ela 4 giugno 2017 at 21:13

    si Filippo, se non erro si trovava su ogni distributore della stessa marca e partita (perchè vedevo quell’amenità ogni santa volta che entravo nelle toilettes dell’edificio)

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