LE DODICI FATICHE DELLO SCRITTORE

Scrittore

RIMBOCCHIAMOCI LE MANICHE

Scrivere.

Che fatica.

Eppure non possiamo farne a meno.

Come eroi moderni, ci troviamo ad affrontare ostacoli e peripezie pur di portare avanti il nostro sogno, neanche dovessimo salvare il mondo.

E le fatiche sono sempre molte, a volte troppe.

Qui ho raccolto quelle che ritengo più importanti nella vita di uno scrittore alle prime armi, e non solo.

Dodici, come quelle di Ercole, guardate un po’.

Ma a differenza di lui, non dovremo affrontare Idre a sette teste o furibondi animali selvatici.

Peggio:

avremo a che fare con editori, lettori critici, indifferenza e paure in grado di paralizzarci.

E se le fatiche dell’impavido eroe mitologico erano essenzialmente prove di forza fisica, le nostre saranno soprattutto psicologiche.

Ovvero, la fatica di:

  • Cominciare.
  • Trovare il tempo.
  • Essere originali.
  • Imparare a scrivere come si deve.
  • Rivelarsi scrittori.
  • Trovare a chi far leggere il libro.
  • Cercare l’editore giusto.
  • Resistere a silenzi, critiche e rifiuti.
  • Imparare a vendere il nostro libro.
  • Sopravvivere alle serate di presentazione.
  • Sopportare l’indifferenza del pubblico.
  • Continuare a credere in noi stessi.

COMINCIARE

E’ quella più comune.

Anche se scriviamo per diletto e non per costrizione, talvolta cominciare è davvero difficile.

La nostra storia ce l’abbiamo in testa, ma prima di scriverla dobbiamo organizzare le idee, mettere insieme i pensieri, decidere in che modo raccontarla. Scegliere il punto di vista, pensare a un incipit, e tante altre cose.

Molte volte, in questi frangenti, ci capita di restare immobili a osservare il PC per minuti interi.

Poi partiamo, scriviamo un paio di frasi, ci fermiamo, le rileggiamo, le cancelliamo.

Partiamo di nuovo, più spediti, e di nuovo ci fermiamo, sbuffiamo, modifichiamo, cambiamo, cancelliamo, e dopo mezz’ora non abbiamo ancora combinato niente.

Quando accade questo, vuol dire che l’idea non è ben definita, ma è solo un appannaggio nella nostra mente.

E la voglia di scriverla è più forte di quella di lasciarla maturare come si deve.

Un po’ come un bambino eccitato per un Luna Park, che muore dalla voglia di provare le attrazioni, ma che non sapendo da quale cominciare finisce per non fare nulla.

Non ho un rimedio da proporvi per superare questa fatica, se non quello di scrivere solo quando siamo pronti.

Pronti davvero.

Una volta cominciato, poi, il resto verrà da sé.

TROVARE IL TEMPO

Questa sì che è dura.

Trovare il tempo per scrivere, è il cruccio di ogni scrittore emergente, diviso tra casa, famiglia, lavoro (quello che ci paga le bollette) e scrittura, appunto.

Riuscire a mettere insieme tutto quanto è possibile solo organizzando le giornate nel modo giusto, altrimenti finisce che qualcosa ce lo perdiamo per strada.

E’ inevitabile.

Personalmente, dopo otto ore di lavoro e gli impegni quotidiani di una famiglia, ho difficoltà a ritagliare lo spazio per scrivere.

Adesso che è nato anche il blog, il mio tempo si è ulteriormente accorciato.

Sono alla stregua di un animale notturno.

Quando gli altri comuni mortali se ne vanno a dormire, io salgo nella mia mansarda e mi metto a scrivere: il romanzo, i post, note, appunti, quello che mi viene in mente.

Ma riesco a farlo solo perché ho saputo organizzare le mie giornate in un certo modo, e secondo un calendario che mi sono imposto.

Altrimenti non riuscirei a combinare nulla.

E se la mattina ho un po’ di occhiaie, pazienza.

Il calendario del giorno, mi dice che oggi è giornata di riposo.

ESSERE ORIGINALI

Cercare di essere originali è una fatica non da poco.

In un mercato editoriale più o meno saturo, in cui galleggiano opere simili o dove l’una richiama l’altra, la ricerca di un proprio percorso, di una strada che ci differenzi dalla massa, diventa davvero un’impresa monumentale.

Quando penso a un’idea da scrivere, la prima cosa che mi viene in mente è:

l’avranno già raccontata centinaia di volte!

E probabilmente è vero.

Ma poi mi rispondo:

va bene, ma proviamo a raccontarla a modo MIO.

Ogni storia appartiene all’autore che la scrive, non dimentichiamolo, e ogni autore è diverso dall’altro.

Quindi anche noi, possiamo essere originali.

Ed è qui che comincia lo sforzo:

sperimentare, osare, tentare nuove forme narrative per non essere banali.

Se questa non la chiamate fatica.

Ma dobbiamo provarci, altrimenti resteremo sempre fra i tanti.

IMPARARE A SCRIVERE COME SI DEVE

Una volta individuato come essere originali, non abbiamo fatto poi molto.

La storia dobbiamo ancora scriverla, ce ne siamo dimenticati?

E qui arriva il bello della fatica.

Chi di noi avrà già determinate conoscenze stilistiche o linguistiche, partitrà avvantaggiato, ma chi sarà alle prime armi, dovrà imparare che scrivere non significa solo mettere in fila due parole.

Scrivere è comunicare.

E’ raccontare la storia coma la vogliamo noi e riuscire a farla percepire al lettore allo stesso modo, catturando la sua attenzione.

A meno che non scriviamo esclusivamente per noi stessi, avremo l’obbligo di intrattenere il pubblico e regalargli momenti di gioia, paura o riflessione.

Ecco perché non possiamo accontentarci di buttar giù le parole così come vengono.

Al contrario, dovremo sforzarci di apprendere le tecniche narrative che abbiamo a disposizione, affinché la nostra scrittura risulti fluida e coinvolgente.

Quindi dobbiamo studiare e applicarci.

E imparare è sempre un po’ faticoso, vero?

RIVELARSI SCRITTORI

Anche questo è un bello scoglio.

Scrivere un libro, è raccontare noi stessi, c’è poco da fare.

Chi lo leggerà, penserà inevitabilmente qualcosa di noi, al di là della storia, bella o brutta che sia.

Penserà all’autore e a cosa gli sia saltato per la testa.

Penserà alla profondità dei suoi pensieri, ai suoi folli ragionamenti o alle esperienze che deve aver vissuto per scrivere un libro così.

E’ naturale.

Il problema, a mio avviso, è rivelarsi scrittori non tanto con gli sconosciuti (che ci frega? Nemmeno sanno chi siamo), ma con chi invece ci conosce bene.

Sembra una stupidaggine, ma vi assicuro che non lo è.

Conosco autori che si vergognano a far sapere che scrivono, e preferiscono tacere la loro passione o nascondersi dietro pseudonimi.

A mio avviso, questo succede quando il mondo in cui viviamo ci vede diversamente da quello che siamo dentro.

La paura di apparire noi stessi, di denudarci davanti agli altri, ci spinge a preferire una maschera di finta normalità.

Nella vita io sono un mattacchione, spiritoso e sempre pronto alla battuta.

Però scrivo horror e thriller.

Nel romanzo che pubblicherò a breve c’è ben poco da ridere e scherzare, vi assicuro.

La prima volta della mia rivelazione, una mia collega, che aveva letto Ombre, mi disse che ero un pazzo e che non credeva che quel libro l’avessi scritto io, perché non mi rappresentava.

E la cosa buffa sapete quale fu?

Che anche lei scriveva (thriller, e in gran segreto), e non l’aveva mai detto a nessuno perché si vergognava di venire alla luce con argomenti crudi come quelli che avevo proposto io.

Quindi non vergognamoci di dire quello che siamo, quello che abbiamo dentro.

Non ne vale la pena.

Tradiremmo solo noi stessi.

Ma ci vuole coraggio e fatica, lo ammetto, anche per presentare al mondo il nostro lato più nascosto e creativo.

TROVARE A CHI FAR LEGGERE IL LIBRO

Un bell’argomento pure questo.

Se è vero che il libro, con grande sforzo, l’abbiamo scritto e terminato, adesso dobbiamo farlo leggere a qualcuno.

Il nostro primo lettore.

Che non potrà essere chiunque, attenzione.

Non proviamo neppure a pensare a babbo e mamma, o all’amico del cuore, anzi dimentichiamoli.

Diamoci da fare invece nella ricerca di qualcuno di estraneo, il più possibile distante da noi (non in chilometri, ma affettivamente), e che abbia almeno un paio di requisiti importanti, come:

  • Essere un forte lettore.
  • Non avere peli sulla lingua.

In questo modo, disporremo di un parere critico reale e spassionato, di qualcuno che ci ignora, e che avrà valutato il nostro romanzo veramente per quel che è.

CERCARE L’EDITORE GIUSTO

Questa è una fatica così immensa, che talvolta rischia di sopraffarci.

Eppure, se vogliamo pubblicare, è tra le più necessarie, a meno di non ricorrere al Self publishing.

Gli editori, lo sappiamo bene, non stanno certo lì ad aspettarci.

Saremo quindi noi a dover faticare per trovare quello giusto per il nostro libro, che:

  • Accetti manoscritti di autori esordienti.
  • Pubblichi il nostro genere preferito.
  • Non chieda soldi.
  • Sia serio e onesto.

Be’, forse, le fatiche di Ercole, sono un tantino più leggere.

RESISTERE A SILENZI, CRITICHE E RIFIUTI

La critica ha il potere di distruggerci.

Il silenzio ha il potere di logorarci.

Il rifiuto ha il potere di spezzarci il cuore.

Eppure dobbiamo imparare a convivere con l’idea di imbatterci in questi tre antipatici elementi.

Di più:

dobbiamo iniziare a pensare che probabilmente ci accompagneranno per gran parte della nostra vita, piuttosto e anzichenò, come direbbe il buon vecchio Lord Wells (battuta destinata ai soli Dylandoghiani).

Quale sia il peggiore, proprio non so dirvelo.

Il rifiuto, se non specificato, può avere varie interpretazioni:

  • L’opera non è piaciuta.
  • Seppur buona, l’opera non è piazzabile nelle collane dell’editore.
  • L’opera é stata scartata senza nemmeno essere letta.

In questo modo la nostra psiche elaborerà la spiegazione migliore a cui aggrapparsi per non perdere le speranze, e mantenere uno straccio di sorriso.

La critica, invece, fa male.

Molto male.

Se il mio vicino giudicasse pessimo il colore della mia nuova auto fiammante, poco importerebbe.

Mi limiterei a non invitarlo mai a provarla, togliergli il saluto e farlo diventare la prima vittima del mio prossimo romanzo, quella che in teoria soffre più di tutte (e ora non ditemi che sono permaloso).

Ma se criticasse il mio libro?

Be’, qui andiamo sul pesante.

Sarebbe come criticare la mia anima.

Sarebbe come giudicare me, quello che mi porto dentro, nonché le mie capacità comunicative.

Non si tratta più di mettere in dubbio un gusto, ma un modo di essere e di vivere.

L’anno scorso, mentre partecipavo al Torneo Ioscrittore, ho conosciuto un’autrice che all’edizione precedente era rimasta così male delle critiche ricevute, che per otto mesi aveva smesso di scrivere, pensando addirittura di non farlo mai più.

Ecco la forza negativa della critica.

Il silenzio invece è più subdolo.

La mancanza di una risposta certa e determinata, ci porterà a far sbocciare domande che nuoceranno gravemente alla nostra salute:

  • Ancora non l’avranno letto?
  • L’avranno letto e ritenuto talmente inadeguato da non meritare neppure una risposta?

O peggio:

  • L’avranno ricevuto?

Quest’ultimo interrogativo ha il potere di metterci davvero nei guai.

Innescherà una serie di reazioni ai limiti della paranoia, la peggiore delle quali sarà senza dubbio, ripetere l’invio dell’opera.

E mettersi nuovamente ad aspettare.

Se al silenzio seguirà altro silenzio, i nostri nervi cominceranno a cedere, inizieremo a pensare che il nostro file finisca automaticamente nello Spam, come se il PC dell’editore già sapesse, in maniera autonomaquale sia il posto più adatto per il nostro libro.

Così lo invieremo di nuovo, e stavolta a un indirizzo diverso  (magari all’amministrazione o al magazzino).

E via così.

Per settimane.

Mesi.

Il risultato sarà quello di irritare notevolmente l’editore che, sommerso da decine di file della nostra opera, deciderà tranquillamente di mandarci al diavolo.

Quindi:

critiche, rifiuti e silenzi.

Ne avremo a che fare per molto tempo.

Impariamo ad accettarli da subito.

Prima di rischiare un anno in sedute di psicanalisi, irrobustiamo la nostra corazza, pensiamo che noi per primi non siamo perfetti, d’accordo, ma che non lo sono neppure quelli che ci criticano, o rifiutano.

Se poi diverremo bravi a estrapolare dalla critica la sola parte costruttiva che contiene (se la contiene) e farla nostra, allora davvero non potremo chiedere di più.

IMPARARE A VENDERE IL NOSTRO LIBRO

Il libro non basta scriverlo, dobbiamo anche saperlo vendere.

E vendere, ragazzi miei, è fatica.

Però dobbiamo farlo.

Il mezzo più semplice e veloce (e gratis) che abbiamo a disposizione oggi, è senza dubbio il web.

E all’interno del web, i social network, che svolgono una funziona fondamentale per raggiungere il nostro pubblico, offrendoci la possibilità di connetterci con milioni di persone in tutto il mondo.

Un mercato pressoché illimitato.

Quindi diamoci sotto, rimbocchiamoci le maniche per l’ennesima volta, e mettiamoci al lavoro con dedizione, pazienza e determinazione.

Facciamo sentire la nostra presenza, infiltriamoci ovunque, frequentiamo gruppi affini alle nostre passioni, dove poter interagire e farci notare.

E i risultati, vedrete, arriveranno.

Pensate che il mio romanzo Il giorno dei morti, del quale ho trascurato vendite e promozione per anni (sì, lo so, mea culpa), da quando ho preso a promuoverlo sui social, ha sfiorato la Top Ten di vendite di Kobo, e anche su Amazon si è piazzato benone.

Non saranno certo palate di soldi, ma qualcosina arriverà di sicuro.

Magari abbastanza da poter offrire un caffè a tutti gli utenti del blog (per fortuna siete pochi!).

Scherzi a parte, diamoci dentro.

SOPRAVVIVERE ALLE SERATE DI PRESENTAZIONE

Chiedetemi se preferisco una cenetta a lume di candela con Annie Wilkies, (la psicopatica di Misery), o presenziare alla serata di presentazione del mio libro, e inizierò subito a pensare al menu.

Lo confesso, non amo il ruolo di protagonista, non mi piacciono le platee, soprattuto quelle che mi stanno davanti.

In tutta la mia vita ho partecipato a due serate di presentazione organizzate dall’editore, una a Roma e l’altra dalle mie parti, e ancora oggi le ricordo come un evento traumatico.

Eppure sono quelle iniziative che fanno bene all’autore:

lo avvicinano al pubblico, lo rendono una persona in carne rossa e non solo un nome su una copertina.

A volte il lettore ha bisogno di conoscere chi si cela dietro l’autore, vederlo in faccia, sentirlo parlare, osservare i suoi modi di fare, memorizzare il suono della sua voce.

Interagire con lui.

Sono tutti punti a nostro favore che, se giocati bene, si tradurranno in vendite.

Ma per quel che mi riguarda, spero che Annie non mi dia buca.

SOPPORTARE L’INDIFFERENZA DEL PUBBLICO

Ed è proprio durante queste simpatiche serate di presentazione, che dobbiamo faticare il doppio.

Se da una parte saremo assillati dalla paura del palcoscenico, dall’altra dovremo fare i conti con la potenziale indifferenza della gente.

Pensiamoci bene:

non siamo più protetti tra le mura di casa, non siamo più nascosti dallo schermo impenetrabile di un PC.

Ci stiamo mettendo la faccia, il nome, tutto quanto. Siamo vulnerabili.

Siamo esposti al pubblico.

E se di pubblico non ce n’è, o quel poco sbadiglia e si distrae, andremo nel panico e prenderemo a chiederci se c’è qualcosa che non va in noi.

Se siamo noiosi.

Vestiti male.

Se abbiamo una brutta voce, o parliamo troppo in fretta, o facciamo troppe pause.

Se abbiamo scritto una schifezza.

In una parola: la rovina.

Dobbiamo invece reagire alla sacrosanta indifferenza del pubblico, con un pizzico di sano menefreghismo e cinismo.

Provare a pensare: Non mi ascolti? Non ti interessa? Peggio per te! Non sai cosa ti perdi! 

Oppure immaginarci non come condannati davanti al plotone d’esecuzione ma, al contrario, come intellettuali dinanzi a un popolo ignorante.

Dobbiamo gasarci, crederci migliori di quel che siamo veramente, e se per farlo dobbiamo demolire l’idea del pubblico, be’, per una sera, nessuno ce ne vorrà.

Tanto avverrà tutto nella nostra testa.

CONTINUARE A CREDERE IN NOI STESSI

Direi che è la fatica finale, quella che nasce come conseguenza di tutte le altre.

E’ possibile credere ancora in noi stessi, dopo rifiuti, critiche, indifferenze, crisi creative, web marketing disperato, lettori, editori e tutto il resto?

Io penso di .

Certo, è dura, ma non possiamo permetterci di vacillare.

Iniziare a vacillare, vuol dire iniziare a perdere.

E noi non abbiamo fatto tutte queste fatiche per un premio di consolazione o una pacca sulla spalla.

LA PAROLA ALL’ESPERTO

Vi consiglio di fare un ultimo sforzo e stare a sentire questo breve video di Franco Forte, scrittore e sceneggiatore per Mondadori e Mediaset.

Ascoltate cos’ha da dirci.

Ne vale la pena.

CONCLUSIONI

Al termine di questa lunga riflessione, credo sia utile renderci conto che le difficoltà, nella vita, sono tante.

La vita è fatica, in tutte le sue sfumature, e scrivere non è da meno.

E’ solo l’ennesima.

Dobbiamo imparare a farci le ossa, sviluppare la muscolatura adeguata per rispondere allo sforzo più acuto, e pensare che alla fine, forse, avremo la nostra ricompensa.

Proviamo almeno a crederci.

E se proprio siamo sfiniti e cerchiamo solo un po’ di sollievo, di riposo, possiamo sempre dare una mano a Ercole.

Dopo le peripezie descritte nel post, uccidere qualche drago, cosa volete che sia?

 

3 pensieri riguardo “LE DODICI FATICHE DELLO SCRITTORE

  1. Ognuno ha il suo metodo. Alcuni non fanno fatica ad alzarsi alle 5 di mattina e a mettersi davanti al pc con la famosa pagina di word bianca di fronte.
    Io personalmente scrivo di notte, con gli auricolari, combatto con le lenzuola che si attorcigliano ai fogli, io scrivo tutto a mano, sono una scriba antica, e poi mi tocca ricopiare tutto da sola, di giorno, sai che bello!
    Draghi? oh sì, iinfatti ho usato il fuoco sacro per distruggere tantissime cose, e continuo a distruggerle,….fino a quando avrò fuoco nel fiato 🙂

    1. Personalmente, odio la sveglia che suona troppo presto. Preferisco andare a letto più tardi, ma come hai detto tu, ognuno ha i suoi metodi. E scrivi a mano? Davvero una bellissima abitudine.
      DIMENTICATA, aggiungerei, ma essenziale.

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