TOMTOM

23 giugno 2017

Tomtom
“Sei un bastardo, ecco cosa!”.

Sbraitò Sofia, visibilmente infuriata.
Sergio capiva perfettamente come doveva sentirsi, ma non poteva farci nulla. Era stato colto in fallo.
“Mi dispiace, Sofia” provò a rimediare. “Davvero, non volevo”.
“Ti dispiace? E’ tutto quello che sai dire, verme? Ti scopi un’altra e l’unica cosa che riesci a blaterare é Mi dispiace? Ma vaffanculo!” e lo colpì con un pugno sulla spalla.
Sergio restò sulle sue, simulando costernazione e vergogna, ripensando ai fatti della sera prima.
Sofia aveva mille ragioni per avercela con lui. Dopo sei mesi di relazione a gonfie vele, l’aveva tradita. Colpa di Stefano, che lo aveva convinto a farsi una birra in quel pub. L’aveva invitato a bere qualcosa al Due Stelle, il locale più “in” di Firenze e lui, naturalmente, aveva accettato.
Ma dopo cos’era successo?
Dio, non lo ricordava perfettamente. L’alcool gli aveva dato alla testa. Però rammentava la cameriera mulatta, la chioma corvina, le curve da sballo, lo sguardo sexy. Gli aveva servito un cocktail, e poi?
Boh.
Ah sì. Si erano seduti al bancone fin dopo l’orario di chiusura, e lei lo aveva guardato con malizia.
Malizia?
Quella se lo mangiava con gli occhi, altro che malizia.
Ma lui non aveva fatto nulla di male, tranne scambiare due chiacchiere: come ti chiami, quanti anni hai, di dove sei.
Le solite cose.
Oddio, le solite mica tanto, visto che lei, dopo la terza risposta, gli aveva affondato la mano nella patta dei pantaloni, per saggiare il suo lato maschile più nascosto. Poi, chissà come, si era ritrovato in macchina, nudo, con lei sopra che gemeva e spingeva, calda come il sole all’equatore e fresca come un Cuba Libre ghiacciato, e lui che tra gli ansimi pensava a cosa avrebbe raccontato a Sofia l’indomani.
Sfortunatamente, non ce n’era stato bisogno.
Sofia lo era venuta a sapere e basta, chissà come, chissà da chi, come succede sempre in quel genere di situazioni. E ora se ne stava là, in macchina con lui, gli occhi gonfi di pianto, a guardarlo fisso e comunicargli che tra loro era finita. Peccato. Proprio ora che stava pensando a una vera fidanzata. Sofia gli parlò per l’ultima volta, e la sua voce fu un graffio.
“Sai che ti dico? Vai all’inferno!”.
Lo schiaffò lo raggiunse con uno schiocco, confondendosi con il rumore dello sportello che si apriva e si richiudeva. Fuori dall’abitacolo, i passi di Sofia risuonarono ovattati, fino a scomparire, confondendosi con il nulla e il silenzio del parcheggio vuoto.
Sergio si massaggiò la guancia pesta. Si sentiva davvero un verme, ma la sensazione lo stordì solo per pochi istanti. Non era stata colpa sua, ma dell’alcol e di quel deficiente di Stefano, che non aveva fatto nulla per fermarlo. E tanto bastò a farlo tornare in pace con se stesso.
Mise in moto l’Audi e si accese una sigaretta.
Ripensò alla mulatta: non sapeva il suo nome, non sapeva come avrebbe potuto ritrovarla, ma in quel momento gli sembrava davvero la cosa meno sensata. C’era ancora profumo di Sofia, dentro l’abitacolo, e questo lo aiutò, per una volta, a sentirsi vile. Diede gas e uscì lentamente dal parcheggio.
Una voce lo fece sobbalzare. Una voce metallica che rompeva il silenzio.
“Gira a sinistra”.
“Ma che…”.
“Prosegui per cento metri”.
Sergio trasalì, lasciandosi quasi sfuggire di bocca la sigaretta, poi riconobbe i colori del navigatore nell’oscurità, e la voce di CHIARA, la ragazza che prestava le corde vocali al suo Tomtom. Si rilassò. Osservò il piccolo schermo LCD e la freccia blu che indicava l’auto in movimento. Più avanti, la strada si snodava in una rotonda.
“Alla rotonda, prendi la prima uscita”.
“Ma sì, ma sì, non ti scaldare. Chissà come sei fatta, Chiara. Magari sei bionda. O bruna. E hai due tette così”.
Rise da solo, nel buio, e la sua risata sembrò accompagnare un silenzio spettrale. Arrivato alla rotonda, inforcò la prima uscita. Fece un tiro dalla sigaretta, che si accorciò di un altro po’. Abbassò il finestrino per risanare l’aria. Lo investì una gelida brezza invernale. Era appena iniziato gennaio, dopotutto.
“Fra trecento metri, uscita sulla destra”.
Pensò di telefonare a Sofia e scusarsi con lei. Si era effettivamente comportato male, la ragazza non meritava quello che le aveva fatto. Ci pensò, ma non ne fu del tutto convinto.
“Uscita sulla destra”.
La voce lo sottrasse ai pensieri, e si ritrovò a sterzare all’ultimo momento, per obbedire a CHIARA – TOMTOM. La strada proseguiva abbandonando la statale e addentrandosi lungo una stretta carreggiata che s’insinuava tra desolate pianure. Solo pochi minuti dopo si chiese, stupidamente, dove diavolo era diretto. Non ricordava di aver impostato alcuna istruzione sul navigatore. Ma forse sì; come tante altre volte, doveva aver schiacciato meccanicamente l’opzione Base e adesso si stava avviando verso casa, passando per chissà dove.
Si rilassò contro il sedile e si concentrò sulla guida. Ormai della sua sigaretta era rimasto solo il filtro. Lo schiacciò dentro il posacenere. Non conosceva quelle strade, eppure non voleva invertire il senso di marcia. Più di una volta si era incontrato con Sofia in quel parcheggio, e ogni volta il Tomtom lo aveva indirizzato sempre per le stesse vie. Come mai questa volta era diverso? Non aveva certo bisogno del navigatore per tornare a casa, ma ormai sarebbe stato al suo gioco. Osservò la mappa sul display. La strada proseguiva dritta, senza intoppi. Attivò la vista notturna, che dipinse lo schermo di opache tonalità blu soffuse. Finalmente la voce tornò a dettare comandi.
“Più avanti, tra cinquanta metri, uscita a sinistra”.
Oh, bella questa, pensò, visto che davanti a lui non c’erano bivi.
Il Tomtom doveva essersi bevuto i circuiti.
Eppure la freccia blu stava per raggiungere quella verde sul display, che indicava il punto di svolta. Sergio sogghignò acidamente, pronto a infamare CHIARA.
Nulla vale una vecchia cartina, si preparava a commentare ad alta voce.
Poi però si imbambolò, incredulo, lo sguardo fisso davanti a sé: sulla strada, un’enorme freccia verde colorava l’asfalto, e gli indicava di sterzare verso sinistra.
Solo che verso sinistra non c’era nulla.
Svoltare da quella parte significava uscire dalla carreggiata, affrontare probabilmente un pendio d’erba e sassi, e ritrovarsi chissà dove. Ma quello che lo incuriosiva di più era la freccia. Di cosa si trattava? Un ologramma? Non avrebbe saputo dirlo. Si sfregò gli occhi, ma quella non scompariva. La raggiunse.
“Uscita a sinistra”.
Col cazzo, pensò.
E la macchina, ovviamente, girò a sinistra. Da sola.
Sergio urlò.
L’Audi sfondò il guardrail e si precipitò giù per la scarpata. Sergio cercò invano di recuperare il volante, mentre l’auto abbandonava l’asfalto e la via conosciuta. Gli scossoni delle buche sul terreno lo fecero sobbalzare, e più di una volta sbatté la testa contro il finestrino e il cruscotto. Poi l’auto riconquistò la pianura e continuò a muoversi sull’erba, a velocità sostenuta.
“Tra duecento metri, uscita a destra”.
Era allibito.
E non aveva fumato nemmeno uno spinello.
Osservò stupefatto il display: la freccia blu navigava nel nulla e correva incontro alla freccia verde che l’attendeva duecento metri oltre. Tentò di impadronirsi ancora del volante, ma non ci fu niente da fare. Era come se qualcun altro guidasse al posto suo. Sentiva addirittura ingranare e scalare le marce. Provò a forzare la portiera, aprire il finestrino, ma inutilmente. Era intrappolato all’interno, come un topo in gabbia. Allora tentò di spegnere il navigatore, e si accorse che non si spegneva.
CHIARA – la puttana – TOMTOM gracchiò di nuovo.
“Uscita a destra”.
L’enorme freccia verde lo aspettava, stavolta, proiettata sull’erba come un miraggio. Poteva vederla lampeggiare nel buio della vegetazione. Quando ne raggiunse l’estremità, Sergio si aggrappò con tutte e due le mani al volante, in un ultimo, estremo, tentativo di salvezza. Sulle prime riuscì a non svoltare. Solo per un attimo.
“Gira SUBITO a destra, stronzo!”.
CHIARA – la puttana – la strega – TOMTOM lo ammonì severamente, stavolta.
Il volante schizzò via dalle sue mani sudate e obbedì, come sempre, alla voce robotica del navigatore. Con una brusca sterzata, la macchina s’impennò verso destra e riprese, a folle velocità, a macinare l’erba secca del campo che stava attraversando.
Contemporaneamente, Sergio riprese a urlare, sballottato contro ogni angolo della vettura. Cadde col naso sulla leva del cambio e sentì qualcosa rompersi, mentre il sangue usciva. Si frugò in tasca in cerca del cellulare, ma non lo trovò. Probabilmente gli era scivolato fuori per finire chissà dove. Lanciò un’occhiata d’odio al display del Tomtom. La freccia azzurra sembrava procedere lungo un rettilineo, senza indugi. Guardò fuori dal finestrino. Si stava infilando dentro un bosco. I rami schiaffeggiarono la macchina senza pietà, la graffiarono, la scorticarono, ma nulla sembrava fermarla.
“Procedi per trecento metri”.
“Maledetta!”.
Colpì il navigatore a pugni chiusi, ma ottenne solo di fracassarsi le nocche. Sul display, ora, la freccia blu correva verso una specie di buco nero. Un simbolo come quello non poteva esistere, ne era certo. Eppure sembrava davvero un buco nero, almeno finché non alzò gli occhi, e capì. L’Audi sfrecciava impazzita verso una caverna che si apriva nella roccia. Sergio urlò e tentò di nuovo di forzare le portiere, ma invano.
“Procedi per quattrocento metri. Poi sei a destinazione”.
Destinazione? Ma quale destinazione?
L’auto si fiondò nell’oscurità della caverna e lo scricchiolio del semiasse si confuse con le grida di Sergio. Viaggiavano sempre veloci, questa volta nelle tenebre più fitte. I fari erano saltati in seguito alla colluttazione coi rami. Sergio fece l’unica cosa che ormai pareva riuscire a fare: guardare di nuovo il display. La freccia blu procedeva lungo la sottile traiettoria dalla quale ormai erano scomparsi nomi e destinazioni, e che sembrava incurvarsi in un lieve arco. Viaggiava nel vuoto, oltre che nel buio. Poteva quasi avvertire sulla pelle l’umidità fredda delle rocce che lo circondavano. Poi sul monitor vide comparire delle luci, più avanti. Non perse altro tempo a domandarsi se quei simboli fossero previsti sulle mappe, si limitò ad alzare lo sguardo: bagliori, poco oltre, davanti a sé. Ma non sembrava trattarsi di luci.
Erano fiamme.
Alte e calde, che parevano agitarsi come lingue impazzite.
“Oh mio Dio! Oh mio Dio!”.
Continuò a ripeterlo all’infinito.
“Tra cento metri, sei a destinazione. Buona fortuna, Sergio”.
E CHIARA – la puttana – la strega – la sporca – la vacca – TOMTOM smise finalmente di parlare.
La macchina piombò in mezzo alle fiamme.
Il calore era insopportabile e il fumo riuscì a farlo tossire insistentemente. La vettura sembrò lentamente diminuire la corsa. Ombre strane, rosse e sgraziate si allungavano sull’auto. Qualcuna la colpiva con rabbia, qualcun’altra si limitava a sfiorarla e graffiarla con sibili fastidiosi. Sergio singhiozzava, terrorizzato.
Guardò il display per l’ultima volta. La freccia blu andava incontro al simbolo della bandierina, il traguardo, la fine del viaggio. Finalmente. Ovunque si trovasse, il suo calvario stava terminando.
Mentre piangeva, gli tornarono alla mente le parole cariche di disprezzo di Sofia.
Soprattutto le ultime.
Le fiamme si abbatterono sull’auto, che finalmente si arrestò. Le ombre presero a scuoterla violentemente, cercando di aprirla o ribaltarla, mentre il fuoco divorava il colore maestoso della carrozzeria. La freccia blu sul display raggiunse la bandierina, e sembrò quasi abbracciarla.
La voce che stavolta parlò dal Tomtom non era più quella della maledetta CHIARA, ma qualcosa di diverso: un rantolo cavernoso, gorgogliante, alieno.
“Sei a destinazione. Benvenuto all’inferno, coglione”.
E la risata che esplose fu l’ultima cosa che Sergio poté udire, prima che le ombre rosse irrompessero nell’abitacolo e lo trascinassero via.

 

di Filippo Semplici

 

4 Comments

  • Massimiliano Murgia 24 giugno 2017 at 1:25

    Premesso che ho un rapporto conflittuale con il navigatore, con il quale mi perdo sempre, il racconto rende bene l’angoscia del protagonista lungo tutto il percorso. Colgo un paio di metafore tra le righe: non cercare alibi alle nostre azioni e quando imbocchi una direzione é spesso difficile cambiarla…

    • Nero su Bianco 24 giugno 2017 at 7:11

      Azzeccato. Aggiungerei anche un po’ di retorica: le cattive azioni portano all’inferno!

  • Laura 24 giugno 2017 at 22:56

    Il libero arbitrio, la responsabilità di un essere per le proprie azioni, Sergio non sa nemmeno che esiste: la colpa è sempre degli altri…l’amico che ti fa bere, lei che ti si offre… il solito piagnone che non sa decidere e si lascia vivere e morire.

    • Nero su Bianco 25 giugno 2017 at 5:16

      E ne paga le conseguenze, com’è giusto che sia

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