IL CUCCIOLO

9 luglio 2017

Il cucciolo

E’ già più di un quarto d’ora che sono chiuso qua dentro.
Il tempo scorre lento, e la poca luce che filtra dalla grata indica l’arrivo del tramonto.
Dannazione!
Eppure Cristina me l’ha ripetuto mille volte che la porta della cantina era difettosa e andava sistemata al più presto.
E io come le rispondevo?
Certo, certo, domani.
Domani.
L’ho detto anche poco fa, prima di rimanerci chiuso dentro. Ho provato ad aiutarmi con utensili vari, ma non è servito a niente. Sembra proprio che la maledetta serratura abbia deciso di collassare questa stessa sera.
In ogni modo, la situazione non é così grave; basterà aspettare mia moglie al rientro dal lavoro, verso le sette. Una cosa é certa: non scenderò mai più qua sotto a prendere le scorte di birra, e la maledetta porta l’abbatterò io stesso, per sostituirla con una nuova. Al diavolo tutto.
Sento Fiocco strusciarsi amorevolmente alla gamba. Il pelo grigio risplende in modo innaturale al chiarore della sera. Probabilmente il gattino dev’essere sceso con me prima che la porta si richiudesse inaspettatamente alle nostre spalle. Così, eccoci entrambi prigionieri di queste quattro mura scrostate e annerite dagli anni.
Respiro aria umida e marcia, compressa in un’area di venti metri quadrati, in compagnia d’insetti che scorgo nella penombra.
Ah, ma verrà anche il loro turno, certo. Dopo l’odiosa porta, gli insetti.
Mi viene in mente una cosa: non ho governato Fiocco.
Sono molto legato a questo piccolo cucciolo tigrato; l’ho trovato tempo fa, nei pressi di una vasta prateria poco fuori Barberino, vicino a una casa abbandonata, e mi ha così intenerito che ho deciso di portarlo con me. Vorrei poterlo addomesticare, ma non so da che parte cominciare, oltre acquistare una lettiera per i suoi bisogni, cosa che ho già fatto.
C’è stato un particolare che ha turbato un po’ Cristina, a dire il vero.
Fiocco le piace, certo, lo accudisce come un pargolo, ma quando le ho raccontato dove l’ho trovato, è impallidita. La sua espressione di gioia è cambiata.
Quando le ho chiesto il perché‚ mi ha parlato confusamente di un tedesco, un certo dottor Heinker o qualcosa di simile, un tizio molto strano, oggi passato a miglior vita.
E cosa c’entrava con Fiocco?
Mi è sembrato di capire che le malelingue locali sparlassero a proposito di certi suoi esperimenti o cose del genere. Pazzie che nessuno osava raccontare, e che i vecchi si limitavano a bisbigliare in modo incomprensibile. Il medico pareva essere stato condannato per crimini contro l’umanità, o qualcosa di simile. Un ex criminale nazista secondo alcuni, un illustre e stimabile scienziato in pensione secondo altri. Cacciato da diversi ordini a causa delle sue assurde teorie, aveva finito per ritirarsi in un misterioso casolare qui vicino, nelle campagne toscane, dove consumare il resto della vita insieme alla sua unica, inseparabile compagna: la pazzia.
Il racconto di Cristina terminava dicendo che Heinker conduceva esperimenti su animali vivi.
Il suo consiglio: abbandonare Fiocco.
Ricordo di aver riso forte.
Povera Cristina, povero amore mio. Solo ora mi rendo conto di quanto sia superstiziosa mia moglie. Gran brava donna, certo, una faccia d’angelo avvolta in riccioli d’oro, ma evidentemente ho sopravvalutato la sua intelligenza. Ottima cuoca e ottima amante, ma aggiungerei, anche ottima credulona.
Le sue parole quel giorno, ebbero il potere di irritarmi.
Voglio bene a Fiocco, perché dovrei abbandonarlo?
A proposito… dov’è finito?
Mi guardo intorno. Eccolo là. Sistemato in fondo all’angolo più lontano, avvolto su sé stesso come un fachiro. Sembra dormire. Meglio così.
Intanto la luce del sole si sta facendo sempre più debole, il calore affievolisce, mentre la notte attende di dare il cambio al giorno. Le prime, timide stelle, fanno capolino dal cielo turchese, e la luna ritarda la sua entrata in scena.
Cristina ancora non si vede, benedetta donna. E Fiocco non ha mangiato.
Fiocco.
Ripenso al consiglio di mia moglie.
Riavvolgo mentalmente il nastro della memoria e torno in cima, all’inizio, quando spiegavo a Cristina dove avevo trovato il cucciolo.
Dove l’avevo trovato?
Ma dentro la proprietà del fantomatico dottor Heinker, naturalmente, altrimenti quella favola non sarebbe mai venuta fuori.
Coincidenze del cavolo.
E comunque? E’ solo una prateria, la casa é abbandonata da anni. L’unico vero nemico in questa storia non é il fantasma di un pazzo, ma la superstizione dei vecchi del paese. Probabilmente la povera bestia ronzava da quelle parti alla disperata ricerca di cibo.
Già, cibo.
Anche questo resta un mistero, per me.
Ho acquistato confezioni di scatolette, eppure Fiocco si limita ad avvicinarsi alla ciotola, annusare e fare dietrofront. Non l’ho mai visto toccare qualcosa. O i pasti sono davvero una porcheria, oppure sa da solo quando e dove mangiare; spesso, infatti, esce fuori, e quando torna lo vedo che si lecca golosamente i baffi. Ingrassa a vista d’occhio, e se proprio devo dirla tutta, mi sono accorto che rispetta sempre gli stessi orari per i pasti.
La mattina alle nove e la sera alle sei.
Allo scadere di quei minuti, lo vedo rientrare sempre sazio e soddisfatto.
Lancio un’occhiata furtiva all’angolo che lo ospita.
Vuoto.
Lenti rumori smorzati, come fruscii appena percettibili, stuzzicano il mio attento e vigile udito.
Avverto una goccia di sudore scivolarmi lungo la fronte e morire tra la barba ruvida.
Sono teso.
Ma teso per cosa?
Sciocchezze.
Certo, le sei sono passate da quaranta minuti, e Fiocco é digiuno, ma non devo farmi suggestionare da… da pensieri assurdi. Da un momento all’altro lo vedrò spuntare con in bocca qualche topo. E al diavolo Cristina e Heinker, per Dio! Uno é morto e l’altra lo avrebbe seguito a ruota, se non fosse tornata in fretta.
Il sole é calato del tutto e fuori si sta animando un’improvvisa danza di foglie che, sospinte dalla brezza, si muovono come guidate da fili invisibili. L’oscurità della notte avvolge tutto, come un esteso manto di tenebra.
I miei occhi stanchi focalizzano due puntini rossi brillare sinistramente da una zona imprecisata della cantina.
Riprendo a sudare.
Penso che gli occhi dei gatti brillano al buio, in effetti, ma non di quel colore. Chiamo Fiocco, attendo il suo miagolio, ma in risposta arriva un ruggito.
Indietreggio, ma sono già spalle al muro. Mi sento idiota, sciocco e codardo. Dispettosi pensieri mi rimbalzano nel cervello.
Heinker.
Esperimenti.
Animali vivi.
Forse ancora vivi.
Heinker era un pazzo, se mai é esistito. Sì, perché‚ chi mi assicura sull’autenticità del racconto di mia moglie?
Cristina! Perché non arrivi a tirarmi fuori da quest’impiccio?

Il ruggito si ripete, più forte, più deciso, e sulle prime penso a un cane, anche se mi rifiuto di capire come possa essere finito quaggiù con noi.
Lunghe e sconnesse file di denti aguzzi fanno capolino dall’oscurità.
Altro che cane.
Altro che Fiocco.
Quelle sono zanne da dinosauro.
Piccoli rumori smorzati mi confondono le idee; quale bestia può produrre suoni simili a tentacoli agitati, e scricchiolii come mille zampe d’insetto che si muovono sul pavimento?
Soffoco un gemito di terrore.
Ormai la mia mente é preda delle ombre della paura, e niente potrà riscattare la sua perduta libertà. Nemmeno la vista di Fiocco stesso.
Dal buio più profondo vedo innalzarsi, lunga, imponente e maestosa, una mostruosa coda di scorpione.
Non riesco nemmeno a gridare, quando la sento abbattersi su di me.

 

di Filippo Semplici

2 Comments

  • Laura 10 luglio 2017 at 20:49

    Mai legarsi troppo ai cuccioli, possono diventare piccoli bastardi…
    Sottovalutare le mogli sempliciotte può risultare fatale.
    Grazie per il racconto e buona serata.

    • Nero su Bianco 10 luglio 2017 at 20:52

      Hai ragione, Laura. Pensandoci bene, questo racconto potrebbe avere risvolti femministi! Buona serata anche a te e grazie per la tua partecipazione.

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