FACCIA A FACCIA CON L’AUTORE: MANUELA LEONESSA

Manuela Leonessa

LARGO AGLI ESORDIENTI

Di nuovo un’autrice ospite di Faccia a faccia con l’autore: Manuela Leonessa.

L’ho intervistata per saperne di più su di lei, le sue passioni, i suoi libri.

Andiamo a conoscerla meglio.

Ciao Manuela, sono molto contento di averti ospite nel mio blog. Parlami un po’ di te, intanto.

Con molto piacere!

Sono una psicologa che utilizza il tempo libero per scrivere. Come psicologa so che l’imitazione sta alla base dell’apprendimento (avete presente i neuroni a specchio?) come pure del progresso, così io imito. Vergognosamente imito, non so se anche con profitto, ma lo faccio in molti campi e non me ne pento quasi mai. A volte capita anche con l’abbigliamento. Non so, vedo una donna con un look intrigante per strada e decido che starebbe bene pure a me. Qualcuno dirà che è una prerogativa del tutto femminile, se così è, posso affermare che nel mio modo di leggere io sono assolutamente donna. Quando un libro mi entusiasma mi resta appiccicata addosso la voglia di scriverne uno uguale. Succede sempre, e l’entusiasmo diventa un’onda che mi travolge spingendomi a scrivere incipit. Ne ho scritti un mare, tutti arenati alla seconda pagina come barche nella bassa marea.
Prima che questa mia produzione diventasse bulimica mi sono fermata e chiesta: “Ma gli altri scrittori, quelli famosi, quelli che nei tuoi sogni più sfacciati vengono a congratularsi con te in occasioni di premi prestigiosi che ovviamente hai vinto tu, quelli, come hanno fatto? “
Ho cercato la risposta nei loro romanzi. Dovevo capire perché loro funzionavano e io no. Fred Vargas, Ammaniti, Mc Ewan, e altri sono passati e ripassati sotto lo sguardo avido della mia determinazione. Fino a quando mi sono sentita pronta per scrivere un romanzo tutto intero pure io.
Perché tanta fatica? Perché continuo a scrivere? Un lavoro non basta e avanza?
Qualcuno dice che scrivere sia terapeutico; in realtà, quello che fa bene a me è l’atto della creazione, e non c’è nulla di biblico in questa affermazione.

Un libro è come un figlio? Sono d’accordo.

Quando l’hai scritto te lo miri e te lo rimiri, ripercorri le pagine più belle con orgoglio, e ti rammarichi per quelle che avresti voluto diverse. L’hai scritto tu, eppure ci sono passaggi che guardi con stupore, perché quando li hai pensati mai avresti immaginato che ti sarebbero usciti così belli.
A volte un capitolo particolarmente riuscito mi lascia in uno stato di beatitudine per giorni interi. Altre volte vago depressa perché non riesco a risolvere un passaggio.
E’ una lotta costante con le parole, per riuscire a realizzare il pensiero perfetto nel contesto perfetto con l’emozione perfetta, e in questo mi sento come Napoleone quando dice che la vittoria appartiene ai più perseveranti.

Così, in attesa di scrivere il best seller del secolo, io persevero.

Accidenti, Manuela, non saprei che altro domandarti. Sei un vulcano in eruzione. Facciamo così: la prossima domanda la decidi tu, anche perché, essendo psicologa, chissà che interpretazione daresti alle mie parole (mia moglie è psicologa, quindi so di cosa parlo!)… 🙂

Nessun problema. Posso parlarti del mio libro?

Se puoi? Devi!

D’accordo, allora.

”Sarà mica per sempre” è incentrato su un reale costrutto psicologico conosciuto come trasmissione intergenerazionale dei miti. Non è mio interesse, in questa sede, spiegarti come funziona, dal momento che è con esso che si scioglie il mistero di questa storia.

E sarebbe un peccato perché è una storia davvero molto misteriosa, che indaga su quelli che sono gli aspetti più inaccessibili dell’animo umano, dove risiedono le cause della motivazione e i germi della follia.

Direi un libro in perfetta sintonia con la tua professione, no? E dimmi: si riferisce a fatti o episodi della tua vita, che ti hanno colpita in modo particolare?

L’idea originale è pura fantasia.

Un giorno, senza un motivo preciso, pensavo al costrutto di cui sopra, e ho cominciato a ipotizzare situazioni poco verosimili sul suo funzionamento. Tra tentativi ed errori ho cominciato a immaginare una storia che nel giro di poco tempo mi ha convinta.

Poi è vero, quando fai muovere i personaggi nel loro quotidiano ti ispiri a tutto ciò che hai a disposizione: ricordi, esperienze, conoscenze. Se il protagonista, per esempio, ha fatto indigestione, non sarà necessario andare a cercarne su Google i sintomi, ti basterà ripensare all’ultima volta che hai abusato della Nutella.

Sapevo che agli psicologi piace tirare in ballo l’infanzia, ma quella della Nutella mi è nuova. E perché questo titolo? 

In realtà ne avevo scelto un altro, ma l’editore mi ha fatto notare che era troppo rivelatore.

Era un dito puntato contro l’assassino.

Trovarne un altro si è rivelato più difficile del previsto; adesso non riesco a capire come mai, ma allora mi sono ritrovata senza idee, così ho scelto una delle ultime frasi del libro. E’ una bella frase direi, forse poco adatta a un thriller, però.

Per scrivere il libro hai avuto bisogno di approfondimenti?

In linea di massima no, conosco bene il costrutto intorno al quale gira la storia. Qualche ricerca marginale però ho dovuto farla. Per esempio indagare sul funzionamento dell’Ordine degli Psicologi in Germania, o chiarirmi le idee sulle qualifiche della Polizia di Stato per decidere se uno dei protagonisti fosse da definire ispettore o maresciallo. Insomma, cose così.

Dettagli, quindi. E per i personaggi ti sei ispirata a qualcuno di reale?

I miei personaggi prendono spunto da lati del carattere di un sacco di persone: amici, parenti, gente dello spettacolo.

Quando descrivo un personaggio cerco sempre di ispirarmi alla realtà. É più facile quando il personaggio che si descrive possiede una personalità estrema o comunque curiosa, ma la realtà non è avara di questi dettagli.

Affermare che ognuno di noi sia unico e irripetibile non è uno slogan, persino la persona più banale e noiosa, a ben vedere, ha qualcosa di straordinario, che può risolversi anche solo nella sua straordinaria banalità.

Prima o poi mi cimenterò con un personaggio straordinariamente noioso, credo sarà divertente.

Tutto sta in come saprai raccontare la sua storia. Quanto c’è, di te, nel tuo libro?

C’è tutto ciò che mi piace: il mio concetto di divertimento e la mia idea di armonia.

Tanto per cominciare, a me piace ridere.

Trovare l’aspetto comico in dimensioni che non lo prevedono è una sorpresa che mi dona sempre benessere. Così lo cerco sempre anche quando a scrivere sono io.

Per quanto riguarda l’armonia, invece, penso a quella musicale. Scrivere un brano letterario è un po’ come scrivere un componimento musicale, per certi versi gli aspetti da considerare sono gli stessi. L’andamento, per esempio, che non può essere il medesimo dall’inizio alla fine, altrimenti il componimento risulterà monotono.

Prendiamo, tanto per fare un esempio, la sinfonia n. 7 di Sibelius; inizia con un Adagio, inframezzato da un breve Vivacissimo, e seguito da un Allegro molto moderato; poi un Vivace-Presto per concludersi con un maestoso Adagio. Pensa a una composizione con una sola velocità dall’inizio alla fine; può funzionare con le ninna nanne che hanno l’unico scopo di addormentarci.

Con un libro penso sia la stessa cosa, è necessario variare il ritmo, alternare momenti tranquilli ad altri adrenalinici, momenti brillanti ad altri drammatici. Infine c’è il mio amore per la poesia che ritengo la più alta espressione in materia letteraria.

Quando l’ispirazione me lo permette, cerco di essere poetica anch’io perché credo che il dovere di uno scrittore non sia solo quello di scrivere belle storie, ma di scriverle bene.

Cara Manuela, musicalmente parlando siamo un po’ distanti; al massimo posso riconoscere un quattro quarti degli Iron Maiden, figuriamoci Sibelius. E cosa ne pensi della situazione editoriale italiana?

Penso che sia in sintonia con il resto della realtà italiana, e non solo.

Il mondo è dominato oramai dalle leggi del mercato e dalla dimensione del profitto, e l’editoria ne è perfettamente allineata.

Penso, tuttavia, che nell’immediato passato la situazione fosse anche peggiore. Poche grandi case editrici dominavano il mondo dell’editoria e gli autori esordienti avevano pochissime possibilità di emergere. Oggi con le piccole case abbiamo qualche possibilità in più.

Certamente, ma tutto dipende dai risultati che si vogliono ottenere, è chiaro. Quindi quali sono le tue esperienze con l’editoria?

Variegate.

Il primo romanzo che ho scritto era un giallo intitolato “Il Lago di Neve.”

Non cercarlo, non lo troverai mai.

Ho iniziato a inviarlo a case editrici dal nome altisonante, che ovviamente mi hanno ignorato. Allora ho abbassato le pretese inviando il manoscritto a case editrici di media importanza per concludere con le minuscole. Non è successo nulla. Nessuna proposta e nessun rifiuto. Ignorata e basta. Devo dire che la cosa più che umiliarmi mi ha destabilizzato; ero di fronte a un muro di gomma e non avevo la minima idea di come sfondarlo.

Il pensiero che il mio romanzo non fosse un buon prodotto, però, nella mia testa cominciava a prendere forma. Per fortuna, a un certo punto, ho scoperto le agenzie letterarie. Dunque, si trattava solo di quello, dovevo scegliere la mia. Ovviamente non è stata una scelta rapida, ho analizzato le varie agenzie sul mercato in maniera accurata, perché è da una di loro che sarebbe dipesa buona parte del mio successo. Mi sono impegnata come uno scolaro che decide il liceo in cui iscriversi, e alla fine ho scelto. Non ti dirò quale perché mi hanno insegnato a dire il peccato e non il peccatore. Mi è costata cara e per quanto riguarda i risultati, se per te fa lo stesso, non mi ci soffermerei.

Ostinata, ho ricominciato tutto daccapo ed è nato “Sarà mica per sempre” che è piaciuto a Piera Rossotti, direttore editoriale di EEE edizione esordienti ebook.

E così il mio primo libro ha conosciuto i natali on line.

Mi fa piacere scoprire che siamo “colleghi”, visto che due delle mie pubblicazioni sono proprio con lo stesso editore. Con quale slogan ti rivolgeresti al pubblico, per convincerlo ad acquistare il tuo libro?

Mica facile questa domanda, per questo mi tenta utilizzare la frase di un recensore che mi è piaciuta molto. Eccola:

“Un thriller morbido e uno stile di scrittura particolare e da gustare sino alla fine.”

Direi invitante. Vuoi lasciare un messaggio agli utenti del blog?

Il mio messaggio è un incoraggiamento a continuare a leggerti.

Sei interessante e incredibilmente produttivo. Leggo tutti i tuoi articoli anche se raramente commento. Un po’ perché non posso sempre scrivere “Bello”, “Bravo” o “Complimenti”, un po’ perché spesso li leggo di corsa e non so te, ma a me, scrivere cose intelligenti richiede tempo, e quando non ce l’ho è più prudente tacere. Però ribadisco, vale la pena continuare a leggerti.

Cavolo. Non puoi vedermi, ma sei riuscita a farmi arrossire. Dove possiamo contattarti?

Ho una pagina FB come autrice: https://www.facebook.com/Manuela-Leonessa-996807860389604/
Ci inserisco le recensioni, sia quelle che scrivo io, sia quelle che ricevo, e articoli.

Se ho incuriosito qualcuno, lo invito a farci un giro. Si farà un’idea di come scrivo.

E io ti faccio un grande in bocca al lupo per il futuro!

E con questo, salutiamo Manuela Leonessa, augurandole di proseguire floridamente nella sua carriera letteraria.

VI RICORDO…

… che chi fosse interessato a Faccia a faccia con l’autore, può contattarmi direttamente ciccando QUI.

 

2 pensieri riguardo “FACCIA A FACCIA CON L’AUTORE: MANUELA LEONESSA

  1. La razza felina non può vivere in cattività tra le mura o inferriata di un ambiente limitato. Ha bisogno di spazio. Ha bisogno di vita stimolante e pericolosa allo stesso tempo. Ogni componente cresce copiando l’altrui simile e c’è sempre chi emerge e fa da esempio. La Leonessa si distingue: unica capace di stupire.
    Da piccolo avrei voluto diventare uno psicologo, ma aimè la costruzione ha preso il sopravvento. Ciao Manuela.

    1. Ciao Marco, è bello ciò che scrivi della Leonessa, ma io lo sono solo di cognome. Come avrai letto, faccio largo uso dell’imitazione per apprendere, e mi piace credere che si possa stupire anche così, tutto sta nell’ andare oltre un po’ oltre al contenuto imitato. Anch’ io da piccola volevo diventare una psicologa e il mio sogno non è cambiato. Il tuo probabilmente sì. Sono entrambi lavori creativi: lo psicologo crea pensieri nuovi, benevoli, nelle menti tormentate, e il costruttore oggetti (resto nel generico perchè non conosco il tuo campo) finalizzati, anche loro, al benessere delle persone. Diamine, siamo quasi colleghi. Un caro saluto.

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