IL PUNTO DI VISTA (TERZA PARTE): CONSIGLI DEFINITIVI

Il punto di vista

DI NUOVO IL PUNTO DI VISTA?

Eh sì, di nuovo il punto di vista.

E’ vero, lo so, ne ho già discusso abbondantemente in questo e quest’altro articolo.

E allora, c’è davvero bisogno di parlarne ancora?

Leggendo le numerose opere degli autori che ho recensito, direi proprio di .

Intendiamoci, i libri che ho avuto tra le mani erano molto validi, qualcuno addirittura avrebbe meritato tutt’altra visibilità, ma spesso ho visto emergere, più volte, una certa confusione nella gestione di questa tecnica, che ha finito per svilire il valore ultimo del libro.

Credo quindi sia doveroso chiarirla una volta per tutte.

Ricordiamoci sempre:

nessun (grande) editore ci prenderà mai in considerazione se dimostriamo di essere deboli nella gestione del punto di vista.

Detto questo, cominciamo con qualche consiglio definitivo.

PUNTI DI VISTA “A CAPITOLI”

Troppe volte vedo iniziare un capitolo nei panni del personaggio X, e terminarlo nei panni del personaggio Y.

Errore grave, per non dire fatale.

Come detto ormai più volte, il compito primario di uno scrittore è far immedesimare il lettore in un protagonista, così da incollarlo alle pagine, e fargli vivere la storia come fosse la sua.

Se riusciremo a far scattare questo meccanismo, avremo centrato l’obiettivo, e il lettore difficilmente abbandonerà la nostra storia.

Ma come potrà mai immedesimarsi in qualcuno se lo infiliamo ora nella testa del primo personaggio, ora nella testa del secondo, rigo dopo rigo, paragrafo dopo paragrafo?

In un continuo balletto tra l’uno e l’altro?

Resterà solo confuso da questo incessante cambio di soggettiva, tanto da finire per immedesimarsi in tutti, e quindi in nessuno.

Vittima del narratore onnisciente che è in noi, e che abbiamo inconsapevolmente liberato.

Il mio consiglio quindi è:

A ogni capitolo, il suo protagonista.

Vogliamo parlare di Pietro, che ha investito un gatto in superstrada mentre era alla guida, ubriaco?

Ok, facciamolo:

dedichiamogli un capitolo in cui sarà lui l’unico protagonista.

Vogliamo proseguire, agganciandoci alla storia di Greta, proprietaria del gatto e preoccupata perché non lo vede tornare?

Benissimo:

concludiamo il Capitolo Pietro e apriamo il Capitolo Greta.

Mai fondere insieme le due storie.

Un trucco usato spesso (anche da me) è quello di titolare ogni capitolo con il nome del personaggio che ne sarà protagonista.

In questo modo il lettore non rischierà più di sbagliarsi e saprà sempre quali panni vestire.

PUNTI DI VISTA E PROTAGONISTI

Un chiarimento doveroso, per chi ancora avesse dubbi:

scegliere il punto di vista, significa individuare il protagonista, o almeno un protagonista.

Nulla vieta, infatti, che siano più di uno.

Proprio per questo dobbiamo ponderare bene chi vogliamo rappresentare, quale esperienza vogliamo far provare al lettore, perché una volta cominciato, non si torna indietro.

Evitiamo quindi di “vestire” i panni di chiunque ci capiti a tiro: il barista, il passante, lo spacciatore, il pesce rosso, o il bruco-mela.

Meglio qualche protagonista in meno, ma chiaro, deciso, essenziale.

Inutile impersonare, magari per un capitolo soltanto, quel tizio così scontato, che servirà solo a far emergere un dettaglio, o un’emozione particolare, per poi abbandonarlo tra le pagine.

Il lettore si domanderà che fine ha fatto, perché non c’è più, dove sia finito.

E noi non sapremo cosa rispondergli.

Come trascorrere una notte di passione con un partner sconosciuto che poi si dissolve all’alba, lasciandoci con dubbi, domande, interrogativi.

Facciamo innamorare il lettore dei protagonisti giusti, quelli che avranno una continuità nella storia, così che alla fine si senta appagato e abbia trovato le risposte alle domande che si è posto.

BUONI O CATTIVI?

Altro aspetto essenziale è capire da che parte stare.

Una delle regole più importanti che insegnano ai romanzieri, è:

Alla fine del libro vincono sempre i buoni. Ma sono i cattivi che fanno la storia.

Verità sacrosanta.

Ecco perché dobbiamo capire per chi parteggiare.

Vogliamo essere il personaggio positivo o quello negativo?

O magari entrambi?

La storia è nostra, possiamo fare quel che ci pare, ma questa distinzione è fondamentale perché se il nostro scopo è spaventare, o creare suspence, dobbiamo sapere che è meglio non vestire i panni del cattivo.

Il motivo è semplice:

come nella vita vera si ha paura di ciò che non si conosce, la stessa cosa deve accadere nel libro.

Se raccontiamo la storia di una donna vittima di violenza domestica, terrorizzata dal rientro del marito in casa, dovremo saper creare una situazione angosciante, in cui lei si chiederà se lui è di nuovo ubriaco, se la picchierà per un nonnulla, o se invece crollerà sul divano.

Domande che servono a creare la giusta atmosfera.

Ma se decidiamo di vestire anche i panni del marito, dell’orco, sapremo già che intenzioni avrà, e quindi anche come andrà a finire.

E l’effetto tensione svanirà, per lasciar emergente invece altri aspetti.

Quindi, a meno di non avere un buon motivo, evitiamo di impersonare i cattivi, o se lo facciamo, cerchiamo almeno di saperli rappresentare per come devono essere.

Molti grandi romanzieri l’hanno fatto e continuano a farlo, ma solo per un motivo:

perché sono maledettamente bravi.

IL SILENZIO DI… THOMAS HARRIS

Non mi viene in mente un esempio migliore di questo:

Il silenzio degli innocenti.

Un libro in cui l’autore ci racconta il punto di vista dell’agente Clarice Starling e quello di Buffalo Bill, il feroce serial killer.

Il bene e il male.

Quando l’ho letto ricordo di essere rimasto un po’ turbato dalla vita turbolenta della sfortunata Starling, e di come non riuscisse a infilarne una dritta. Una povera sfigata che non sapeva combinare nulla di buono, né sul lavoro, né in amore.

Ma quando Thomas Harris mi ha calato nei panni di Buffalo Bill, be’, tutto è cambiato.

Conoscere quel mondo malato, ossessivo, pieno di ombre, mi ha messo a dura prova, tanto che a un cero punto mi veniva voglia di gridare:

“Ridatemi Starling! Con la sua vita schifosa! Meglio lei!”.

Questo perché Harris è stato talmente abile, talmente bravo a calarsi nei panni del cattivo, che è riuscito a spaventare perché è il personaggio stesso che spaventa, non tanto le sue azioni.

La stessa cosa, poi, l’ha proseguita nei libri dedicati all’allucinante figura di Hannibal Lecter, personaggio affascinante ma totalmente negativo, protagonista assoluto di una saga che l’ha ormai consacrato come icona del genere.

Quindi va bene impersonare i cattivi, a patto di saperlo davvero fare.

Basta poco per scivolare nel ridicolo.

CONCLUSIONI

Abbiamo visto quindi i consigli definitivi per gestire al meglio il punto di vista.

Mettendoli in pratica saremo sempre più sicuri di aver fatto un buon lavoro e non aver lasciato nulla al caso.

In breve:

  • Ogni capitolo, un punto di vista.
  • Ogni punto di vista, un protagonista.
  • Solo punti di vista essenziali.
  • Meglio scegliere i personaggi buoni.
  • Scegliamo i cattivi solo se in grado di rappresentarli.

E voi?

Quali punti di vista preferite, nelle vostre storie?

 

 

6 pensieri riguardo “IL PUNTO DI VISTA (TERZA PARTE): CONSIGLI DEFINITIVI

  1. Ottimo articolo come sempre, che dà da pensare.
    La questione di punti di vista, mi sta confondendo sempre più. Non credevo potessero sorgere così tanti problemi, poi ho letto il tuo primo articolo al riguardo e ho iniziato a cercare informazioni in giro.
    Quando il narratore è onniscente, gli è lecito ogni tanto approfondire il punto di vista dei personaggi principali?

    1. Ciao Michela, il narratore onnisciente può TUTTO, perché sta al di sopra delle parti. Conosce ogni aspetto della vita dei protagonisti, passato e futuro, è un po’ come Dio con gli uomini. Quindi, per rispondere alla tua domanda, CERTO che può approfondire il Pdv dei personaggi. L’unico svantaggio è, appunto, che non favorisce l’immedesimazione, il trucco principale usato dallo scrittore.

  2. Io ho ancora moltissimo da imparare. La confusione che vive chi si appresta a scrivere è sempre sulle sue spalle. Poi ci sono quelli maledettamente bravi (affermazione di Filippo) che l’annullano o quasi. Anche se non ho mai scritto un romanzo, la vivo ogni volta che racconto storie più o meno brevi. Ammetto di fare fatica, poi in un qualche modo credo di riuscire a superare e regalare al lettore ciò che ho voluto intendere nella storia. … potevo avere circa un quarto di secolo quando una professoressa madre di una collega di lavoro, dopo aver esaminato un mio breve racconto, espresse parere positivo sulla fantasia dello stesso mentre sui personaggi mancava una giusta e caratteristica identificazione. Mi consigliò di descriverli con pochi tratti ma incisivi. Ora chiedo: questo non è sicuramente sufficiente. Occorrerà il carattere o cos’altro? …e qui viene il bello. altri consigli più specifici? Grazie comunque. la mia anima casalinga saprà raccogliere la spezia giusta.

    1. Carissimo Marco, se avrai la pazienza di aspettare il prossimo sabato, il nuovo post parlerà proprio di come creare un buon personaggio!

  3. Ottimo come sempre, Filippo. Sintetico ed efficace, anche questa è davvero una gran dote. A proposito di confusione tra i punti di vista e autori geniali, mi viene in mente un libro che ho letto recentemente di Stefano Benni, “Di tutte le ricchezze”. Inizialmente sono rimasta davvero sconcertata, l’autore saltellava continuamente da un punto di vista all’altro senza soluzione di continuità. Solo andando avanti con la lettura ho capito che quella era una tecnica voluta, come a voler rappresentare un quadro con le pennellate di diversi artisti. Il libro mi ha coinvolto e questa girandola di punti di vista mi ha portato dentro la storia come non mai. Ma questa è l’eccezione del maestro che conferma la regola. 🙂

    1. Ciao Susanna, infatti, come ho detto nel post, gli autori molto bravi riescono in tutto, ma soprattutto, mi sento di dire, sono appoggiati in tutto. Se la stessa tecnica l’avessi adottata io, sta’ tranquilla che un editore nemmeno mi avrebbe risposto.

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