FACCIA A FACCIA CON L’AUTORE: STEFANO DALPIAN

Stefano Dalpian

LARGO AGLI ESORDIENTI

Ospite di “Faccia a faccia con l’autore”, oggi, é Stefano Dalpian.

L’ho intervistato per saperne di più su di lui, le sue passioni, i suoi libri.

Andiamo a conoscerlo meglio.

Ciao Stefano, e benvenuto nel mio blog. Parlami un po’ di te.

Ciao Filippo,

sono nato alla fine degli anni ’70 a Genova, ma attualmente vivo e lavoro a Roma dove insegno in una scuola internazionale e curo alcune traduzioni letterarie.

Vengo da un paese dell’Appennino Ligure che ho lasciato dopo aver concluso gli studi alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere.

Ho vissuto molto all’estero dopo gli studi: un anno a Madrid, un altro a Melbourne e infine tre a Londra. Sono state esperienze uniche, soprattutto il mondo spagnolo con la sua luce e il suo calore e l’Australia, un continente infinito e splendido in cui si vive ancora l’entusiasmo della scoperta, degli spazi immensi e inabitati. 

Ho sempre letto moltissimo, forse anche per superare il tedio delle lunghe giornate invernali nell’Appennino: era un modo per conoscere nuove terre, nuovi mondi, per viaggiare.

Fin da ragazzino ho iniziato a scrivere, ma è stato solo durante gli anni dell’Università che ho iniziato a pensare alla pubblicazione.

In quel periodo sono iniziati i riconoscimenti: prima concorsi regionali, poi premi nazionali.

Sono giunto finalista al Premio Teramo, al Premio Grado Giallo (la versione del racconto del Premio “Tedeschi” della Mondadori).

Infine, nel 2016 il romanzo “Traforo35” è arrivato finalista al Premio Odissea.
Il viaggio è ancora lungo e forse è proprio questo il bello.

Complimenti per i tuoi successi, Stefano. Adesso parlami del tuo libro.

“Traforo 35” è un romanzo thriller che ha due ambientazioni principali: Torino e Genova da un lato, il Traforo del Fréjus dall’altro.

Il romanzo si basa su due vicende che si sviluppano in modo parallelo: l’indagine di Giacomo Mancini, un giornalista deciso a fare luce su persone scomparse misteriosamente lungo la linea del Fréjus e la lotta per la sopravvivenza di Gabriele Gori, un giovane ricercatore intrappolato, insieme ad altre persone, in un treno che viaggia in un tunnel senza fine.

I due protagonisti per salvarsi dovranno lottare contro un destino avverso alla ricerca della verità sull’origine del misterioso “Traforo 35”.

Sviluppato su due piani narrativi paralleli e spesso convergenti, il romanzo è stato premiato al Premio Odissea in quanto avvincente, sostenuto da un ritmo adrenalinico e basato su una rigorosa documentazione storica.

E a cosa ti sei ispirato?

Per la creazione della suspense mi sono ispirato a due racconti lunghi di Stephen King: “La nebbia” e “I langolieri”.

Tutto nasce da una domanda: come reagirebbero i passeggeri chiusi per giorni in un treno che viaggia in un tunnel senza fine?

Raccontare questa vicenda è stato un viaggio nell’animo umano, nelle nostre paure e nella nostra atavica aggressività.

Devo molto anche a George Pelecanos per la sua capacità di costruire ottimi dialoghi dal ritmo incalzante.

Inoltre, la lettura di molti autori italiani mi ha aiutato nella ricerca dello stile e nell’abilità a delineare con cura la psicologia dei personaggi.

Si riferisce a episodi particolari della tua vita, che ti hanno colpito?

L’idea mi tormentava da anni: quando frequentavo l’Università ogni giorno attraversavo la galleria ferroviaria dei Giovi.

Una sera il treno si fermò, le luci si spensero e la gente iniziò ad innervosirsi, poi ad avere paura. Fu allora che mi chiesi cosa sarebbe successo se fossimo rimasti bloccati nel tunnel per ore, forse per sempre.

Buttai giù un racconto di una decina di cartelle.

Quando, anni dopo, tornai in Italia, decisi che era tempo di riprendere in mano il manoscritto, così iniziai a scrivere il romanzo, poi lo mandai a un editor della Mondadori che mi fece i complimenti, bacchettandomi, però, per le troppe sviste nel linguaggio e nella struttura drammaturgica.

Fu una grande lezione!

Decisi di sviluppare il romanzo su due piani narrativi: la ricerca di un giornalista e della sua assistente e la lotta per la sopravvivenza di un giovane, aiutato da una ragazza di cui si innamorerà.

Nel 2016 mi contattò la Delos Digital, il romanzo era arrivato finalista al Premio Odissea e volevano pubblicare il libro.

Fu una grande gioia.

E posso immaginare chi sia l’editor della Mondadori che ti ha bacchettato, perché ha bacchettato forte anche me! Come mai hai scelto questo titolo?

Perché il “traforo 35” è il centro dell’enigma in cui ruota tutta la vicenda, inoltre il titolo richiama al mondo dei treni, allo sferragliare delle ruote sul duro acciaio dei binari.

Non voglio dire di più per non rovinare la suspense del libro.

Per scriverlo hai avuto bisogno di approfondimenti?

Certo, per una serie di ragioni narrative decisi che il protagonista si trovava nel Tunnel del Frejus.

Più indagavo sull’opera, più mi rendevo conto dell’enorme valore potenziale dell’ambientazione.

La storia del foro del Fréjus è di per sé un romanzo, un’epopea fatta di lavoro, di genio e di passione.

Tre ingegneri: Sommeiller, Grattoni e Grandis, nella Seconda metà dell’Ottocento, riuscirono a completare il tunnel, considerata un’impresa impossibile. I lavori furono finanziati dal piccolo Stato Sabaudo e il tunnel fu fortemente voluto da un uomo che sperava di aprire l’Italia all’Europa, non solo al commercio, ma anche alle idee; un uomo che vide nel traforo un motivo di orgoglio ed emancipazione per un paese ancora diviso: Camillo Benso conte di Cavour.

Visitai anche il Moncenisio dove si scorgono ancora i resti della linea Fell, una linea ferroviaria che s’inerpicava per il passo fatta costruire dall’Impero Britannico pochi anni prima del tunnel.

In realtà non credevano possibile la riuscita del foro, perciò, per rendere più efficiente il servizio di posta che iniziava in Australia e giungeva Londra, fecero costruire questa linea che si spense pochi anni dopo l’apertura del tunnel.

Ma la storia non finisce qua: la costruzione del Fréjus fu ostacolata anche da una feroce epidemia di colera che uccise molti operai, inoltre si dovette ovviare a enormi problemi tecnici e inventare un nuovo metodo di perforazione.

Anche dopo l’inaugurazione, il tunnel fu protagonista di vicende avverse come il terribile incidente che causò la morte di ben 700 persone durante la Prima Guerra Mondiale.

Insomma, come ho già detto, un romanzo nella realtà, una storia di orgoglio e sangue che ho dissotterrato visitando biblioteche storiche sparse nel Nord e Centro Italia.

Per i personaggi ti sei ispirato a qualcuno di reale, o sono frutto di fantasia?

Al mondo reale, alle persone con cui ho vissuto ogni giorno.

Questo è importantissimo soprattutto quando, come nel mio caso, si tratta un soggetto che sconfina dal reale per addentrarsi nel mondo del fantastico.

Se vogliamo mantenere la famosa “sospensione dell’incredulità” dobbiamo delineare personaggi molto realistici anche dal punto di vista psicologico.

Più ho esperienza nell’arte della scrittura più mi convinco che è la psicologia dei personaggi a fare la storia: gioie, sofferenze, amori, passioni, delusioni e così via.

Più della trama, è proprio nei personaggi che vive la narrativa, perché è in loro che ritroviamo le nostre vite, le nostre esperienze, – in una parola – noi stessi.

Quanto c’è, di te, nel tuo libro?

Molto, e non solo della mia esistenza, ma di tutti i libri che hanno formato e migliorato la mia esistenza.

Non sto parlando solo di quelli a lieto fine, ma anche a quelli che mi hanno fatto soffrire, innamorare, vivere emozioni di altri.

Beh, l’hanno detto in tanti, si impara a scrivere leggendo, non esistono scorciatoie.

Cosa ne pensi della situazione editoriale italiana?

Credo che sia lo specchio del Paese, nel bene e nel male.

Ho conosciuto persone appassionate che tirano avanti con guadagni risicati, altre oneste, capaci e professionali, ma anche squali che rivendono per proprie idee altrui e volpi che promettono la luna per chiedere soldi ad autori inesperti.

Ma non è così anche nella vita di tutti i giorni?

Il vero dramma è che in Italia si legge pochissimo, a confronto il mercato inglese è un oceano in cui confluiscono molte energie, molte idee.

Inoltre in Italia ci sono (pochi) generi che vendono e che cambiano a seconda delle mode del momento. Per gli altri la vita è dura, soprattutto se si è autori italiani che vendono meno degli stranieri.

Insomma, credo che bisogna essere realisti senza perdere di vista l’entusiasmo e la gioia di voler crescere e migliorarsi.

Quali sono le tue esperienze editoriali?

Beh, ho lavorato anche in una casa editrice quindi ho visto il sistema dall’interno.

Non voglio disilludere nessuno, ma viviamo in una economia di mercato: i romanzi sono prima di tutto prodotti che devono vendere perché l’editore deve guadagnarci se non vuole chiudere, quindi punterà a prodotti di (almeno) un buon livello con un mercato certo di riferimento.

Forse quello che più manca nel nostro paese è una via ufficiale per parlare e promuovere libri che non guardi solo alle major e ai grandi nomi, ma anche ad autori poco conosciuti.

Personalmente, credo che bisogna aspirare a trovare un editore che crede davvero in te, che ti fa crescere, che ti promuove.

Cosa, ahimè, alquanto difficile e quindi… forse, come ha detto Mario Vargas Llosa, la scrittura è prima di tutto un bisogno, “una schiavitù liberamente scelta che rende le proprie vittime (vittime felici) degli schiavi”.

D’altronde non è Bob Dylan ad aver affermato che per vivere: “You’re gonna have to serve somebody”?

Con quale slogan ti rivolgeresti al pubblico, per convincerlo a comprare il tuo libro?

Le parole con cui hanno premiato il mio romanzo: “Un eccellente thriller, intrigante e con risvolti fantascientifici, un “page turner” che dovrete leggere tutto d’un fiato”.

Lascia un messaggio agli utenti del blog.

Un appello: leggete e non solo i libri delle grandi major.

Lo so, è dura districarsi nel labirintico mondo dell’editoria nostrana, ma provate a leggere anche autori italiani che non siano i soliti noti.

Ci sono davvero tanti gioielli sepolti e a volte basta leggersi le anteprime in rete per scoprirli.

Ne vale la pena!

Dove possiamo contattarti?

Mi potete seguire sui social sia su facebook che twitter, basta digitare il mio nome: Stefano Dalpian oppure scrivetemi a stefano.dalpian@gmail.com

Grazie per lo spazio dedicatomi!

E con questo, salutiamo Stefano Dalpian, augurandogli di continuare floridamente la sua carriera di scrittore.

VI RICORDO…

… che chi fosse interessato a “Faccia a faccia con l’autore”, può contattarmi direttamente QUI.

 

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