FACCIA A FACCIA CON L’AUTORE: RAFFAELE ROVINELLI

Raffaele Rovinelli

LARGO AGLI ESORDIENTI

Ospite di “Faccia a faccia con l’autore”, oggi, é Raffaele Rovinelli

L’ho intervistato per saperne di più su di lui, le sue passioni, i suoi libri.

Andiamo a conoscerlo meglio.

Ciao Raffaele, e benvenuto nel mio blog. Vuoi parlarmi un po’ di te? 

Certo!

Sono un ragazzo di 29 anni, marchigiano, purtroppo disoccupato, spesso non molto compreso, che ama la letteratura, la danza, il teatro, il cinema, le serie tv, i booktrailers, andare agli eventi comics e leggere (più sporadicamente) i fumetti.

Pratico la breakdance da 15 anni, ormai. Da piccolo ero fissato e non vedevo l’ora di crescere per cominciarla.

Una volta i genitori avevano più pregiudizi, di fronte a certe discipline.

Comunque, attualmente la ballo attivamente assieme al mio Klan di Pesaro. Un Klan sarebbe un gruppo in espansione. Ho iniziato a praticarla a 14 anni in prima superiore e quello è stato uno dei motivi per cui venivo bullizzato in classe. E anche il modo di vestire, che non era attinente a quello del branco.

Ma d’altronde da una scuola in cui c’erano solo grezzi energumeni di campagna, che cosa si può pretendere?

Fatto sta che nel 2008 lasciai gli studi. Non me ne importava di niente, perché tanto studi o non studi o per un motivo o per un altro non sarei riuscito ad integrarmi comunque con un qualsiasi “gruppo”.

Ora, dieci anni dopo è tutto molto diverso: sono alle prese con un corso di scuola serale per prendere il diploma in economia, marketing e amministrazione. Ma la domanda è: cosa ha fatto in modo che il mio approccio alla scuola cambiasse, nell’arco di tutti questi anni?

Ciò che mi diede la scossa, inizialmente, accadde la mattina del 21 febbraio del 2009; mi svegliai quasi di soprassalto con mia madre che, sottovoce singhiozzante, mi diceva dalla porta semiaperta della mia stanza: “Lele … nonno è morto”. Lì per lì, mentalmente non realizzai l’accaduto: rimasi attonito, incapace di reagire.

Persino il semplice pianto lo sentivo lontano. Come era successo in lutti precedenti, d’altronde. Infatti, erano diversi anni che non riuscivo a versare una lacrima più per nessuno.

Ad ogni modo mi alzai dal letto per vestirmi e andai a fare colazione prima di recarmi alla camera mortuaria; accesi il televisore, proprio in quel momento veniva trasmesso un video musicale: “Decode” dei Paramore, per la precisione una delle tracce portanti, appartenenti alla colonna sonora del film Twilight. La canzone e il video mi rimasero in testa tutta la giornata, specialmente dopo che mia zia mi passò una foto di mio bisnonno in cui egli era nella villa in campagna che aveva costruito anni prima, impegnato a bruciare dei rami secchi e della legna poco lontano dal giardino.

Lì per lì, trasalii: nello sfondo dell’immagine c’era il cielo plumbeo, una nebbiolina fili forme raso terra che si dipanava tra i fili d’erba e una foresta di alberi alti e fitti nei pressi del fuoco. Quindi era circa la stessa ambientazione del film Twilight, presente negli spezzoni del video musicale dei Paramore. E la canzone mi rimase in testa durante tutto il periodo di lutto tre giorni.

A tutt’oggi, quando la riascolto, mi ritorna in mente quel lasso di tempo ormai trascorso. Perché da lì iniziò tutto, un cammino nuovo, diverso: cominciai per prima cosa a leggere i libri della saga di Twilight; in seguito, durante l’estate del medesimo anno, vidi il primo film trasmesso su Sky Cinema e me ne appassionai subito.

Tra l’altro Pattinson, l’attore che all’epoca vestiva i panni di Edward Cullen somigliava vagamente proprio a mio bisnonno da giovane. E non solo: mi accorsi che l’attrice la quale interpretava Esme somigliava tantissimo ad una mia zia paterna e Reneesmee ad una delle mie cugine.

Tutte coincidenze ambigue, forse sciocche, che comunque mi portarono a seguire la saga in maniera più alacre.

Alternativamente a ciò, su internet mi iscrissi ad un blog di Twilight e feci amicizia con gli altri utenti con il quale cominciai a relazionarmi nella chat di gruppo quotidianamente.

Durante la fine del 2010, presi parte ad un piccolo raduno di Twilighters, tenutosi in un piccolo pub di Roma, il quale si chiamava “Eclipse DVD Party”: era una piccola festa in cui veniva trasmesso il film di Eclipse in cui si poteva acquistare il dvd del film appena uscito in Italia. Durante il raduno mi venne consigliato di scrivere dentro la rubrica “Fan Fiction”, di uno dei blog dei Twilight più conosciuti in Italia, poiché mi era venuta in mente una storia Post Breaking Dawn, che narrava di un fratello umano di Edward Cullen, rimasto giovane per mezzo di una pozione. Edward ne ignora completamente l’esistenza, ma Carlisle conosce a fondo il suo passato. E da qui partirono mille conflitti.

Scrissi la storia per intero ma non la pubblicai mai tra le Fan Fiction.

Ad ogni modo, liberandomi la mente da questa storia, accadde qualcosa di maggior impatto: mi venne in mente un romanzo, il MIO romanzo!

Una storia tutta mia con personaggi autentici e a modo loro peculiari.

Il problema è che non sapevo da dove cominciare, così lasciai coltivare l’idea dentro di me per un po’ di tempo, fino alla Twilight Itacon 2, la seconda conferenza Italiana sulla saga di Twilight, avvenuta all’inizio di Giugno del 2011 in un hotel nei pressi di Napoli.

Furono delle giornate incredibili, veramente indimenticabili: ebbi anche il piacere (e l’onore) di conoscere Cassandra Clare, la scrittrice della saga “Shadowhunters” e l’attore Charlie Bewley, l’interprete di una delle guardie dei Volturi.

Tornando in treno da quell’esperienza presi un quadernaccio dalla borsa e cominciai a delineare una traccia piuttosto ben definita del romanzo, nonostante si trattasse solo della scrittura dei titoli, appartenenti ai capitoli della storia.

E fu proprio da quel preciso istante che mi venne in mente l’applicazione della sciarada in chiave letteraria, nonostante in quel periodo ignorassi completamente che si chiamasse così.

Due anni più tardi, nel 2013, applicai il concetto alle poesie: nel 2017 il primo risultato è “Sciarade Vol.1 – Caduta”.

Ma ne verranno altri, molti altri. Tutto questo discorso è solo un incipit iniziale.

Il bello inizia ora.

Anno nuovo, linee poetiche nuove.

Accidenti, che storia! Sembra già la trama di un libro. A questo punto parlami del tuo, di libro.

“SCIARADE Vol. 1 – CADUTA” come silloge poetica parla di tanti spaccati di vita (sia immaginari che vissuti), i quali vengono ricongiunti attraverso quello speciale filo conduttore interpretativo che è, per l’appunto, la poesia.

A mio modo di vedere l’ermetismo mantiene il fulcro, l’essenza poetica più recondita da trovare benché satura di luce propria.

Ecco, l’obbiettivo che avevo con questo libro era di portare l’ermetismo ad un ulteriore livello di complessità, affinché non rimanga bloccato su se stesso, ma si evolva ancora e ancora. Anche dopo di me, nella speranza che qualcuno lo porti avanti.

Il progetto Sciarade parte con l’idea di fare un solo libro suddiviso in quattro parti, ma poi la cosa si dilatò e i manoscritti divennero quattro, suddivisi tutti in tre parti enigmatiche e intervallati da raccolte poetiche distaccate, ma che comunque in qualche maniera portano avanti il discorso: la vita, dalla caduta dal pancione e il primo clamore emesso in poi.

O dalla prima volta in cui un bambino piccolo prova a camminare, ma cade e piange per poi tirarsi su. E andare avanti.

Chiunque si ferma si spegne, camminando sul filo del rasoio, tra etica ed eretica, dubbio o certezza, vita o morte. Tutto diventa scelta, specialmente il non scegliere.

Il concept è molto basico, in fin dei conti non c’è nulla di nuovo, forse è la tecnica utilizzata la musa che fa davvero la differenza rispetto a libri pubblicati da altri autori.

A cosa ti sei ispirato?

Alla cosa più ovvia che siamo portati a commettere, per nostra natura: gli sbagli, le cadute, ciò che più ci accomuna e ci rende umani.

Questo è un po’ il concept centrale, poi vengono i deliri scatenati da elementi esterni prettamente negativi.

Dopodiché ho scritto una poesia che si chiama “stupefacente” che tratta il tema della creatività come se fosse quello che per me esattamente rappresenta, ovvero dosi e dosi di positiva droga. Dunque, un elemento stupefacente nel vero senso del termine.

Creatività come segno di dipendenza indipendente, ovvero un chiaro ed ulteriore elemento d’ossimoro.

Ricordo che Pasolini in una delle sue ”lettere corsare” scrisse concetti molto aulici in merito al suddetto argomento, ma in ogni caso la sostanza era un po’ questa: ”La cultura è la miglior droga, ma finché ci sarà in giro droga nessun giovane ne assumerà su di sé la giusta dose”.

E su questo punto direi che è stato più profetico di “Fahrenheit 451”.

Le tue poesie, quindi, si riferiscono a fatti o episodi personali, che ti hanno colpito?

Una poesia la scrissi perché vidi una pagina fb che promuoveva uomini che tra di loro facevano risse da strada. Il video era scandalizzante a dir poco e così mi misi giù con l’intento di attuare una denuncia sociale, seppur anche microscopica.

Un’altra invece l’ho scritta durante un pomeriggio in cui: nell’appartamento al piano di sopra c’erano gli operai edili che lavoravano, in sala le mie sorelle più piccole che bisticciavano con la tv accesa a volume 80, in camera di mia madre la donna delle pulizie che sfiatava a più non posso con il ferro da stiro, mia madre che litigava in cucina con il suo secondo marito e mio fratello, che sdraiato sul letto litigava sottovoce con sua morosa da circa quattro ore e mezza perché una ragazza gli aveva messo un like ad una sua foto.

In mezzo a tutto questo delirio, io “studiavo” per il recupero del diploma.

Lascio immaginare la concentrazione della mia mente in quale posto era.

Perchè hai scelto questo titolo?

Vi è una storia interessante dietro al titolo e ci terrei molto a precisarlo: all’inizio, nel corso del 2013, la silloge la chiamai “Frammenti Vol.1”.

La questione è evidente vista l’immagine della copertina.

Il problema venne nel momento in cui dopo aver fatto una ricerca su internet abbastanza minuziosa, mi accorsi dell’abuso di questo titolo da parte di tanti poeti, poiché internet era satollo di raccolte poetiche omonime alla mia.

In altre parole, ho trovato almeno venti poeti in tutta Italia, che avevano pubblicato il loro libro con il titolo “Frammenti Vol.1”. Venire a conoscenza di questo da un lato mi scandalizzò, perché compresi che in Italia non c’è un utilizzo così sfrenato della creatività come si crede, anzi vi è una proliferazione continua e contigua al ripetersi. O peggio al riciclo. O peggio ancora al furto delle idee.

Ad ogni modo, cancellai il titolo visto che volevo fare una raccolta molto personale priva di poetici luoghi comuni. Provai a mettere “Totalitarietà Vol.1” visto che la silloge in quale maniera rispecchiava una totalità di emozioni, che si imponevano addosso a me in modo totalitario.

Dunque, giocai in modo quasi azzardato con il titolo, poiché comunque “totalitarietà” ricorda il triste archetipo delle dittature, che storicamente sono avvenute neanche un secolo fa. In sostanza, era un titolo troppo in stile “Mein Kampf”, quindi lo bocciai (quasi) immediatamente; ma solo dopo aver ascoltato (mentre ero ad un pranzo di matrimonio) l’incredibile offertona di una casa editrice che mi proponeva di stampare neanche una decina di copie del libro, per la modica cifra di 400€.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Tirai una bella linea d’inchiostro immaginaria e andai avanti. Andai molto avanti. Parafrasando passarono mesi e mesi, ma non riuscii a trovare neanche l’ombra di un titolo decente. Poi, finalmente, un giorno, una delle tante scimmie urlatrici dentro il mio cervello, domandò a me stesso: “ma perché stai scrivendo questo libro?” e io le risposi: “per individuare i rebus che ingabbiano la mia mente e trovare il coraggio di essere io ad ingabbiare loro”. E attraverso a questo concetto, concentrai la mia attenzione sul lemma “rebus”.

E cosa feci?

La cosa più spontanea di tutte: trovare un sinonimo, dato che “Rebus Vol.1” sembrava un titolo più adatto per una raccolta di enigmistica, piuttosto che per una raccolta poetica.

Così digitai la parola “rebus” e tra i suoi sinonimi trovai, per l’appunto “Sciarade”.

In quell’istante, mi si illuminarono gli occhi e il mio cuore ebbe un sussulto: non trovai solo il titolo, ma anche il pathos del libro dell’opera.

E in questo comunque c’entra anche la seconda parte del titolo, ovvero “Caduta”, poiché rappresenta la cosa più facile che ci viene da fare: sbagliare.

Per scriverlo hai avuto bisogno di approfondimenti?

Data la risposta di prima, riterrei opportuno sostenere che da parte mia c’è stato più approfondimento per il titolo, che per tutto il resto (ihihih).

Ad ogni modo, specialmente quando scrivo poesie, faccio uso del vocabolario dei sinonimi e dei contrari e del vocabolario normale.

Oppure testi legati alle strutture linguistiche e/o grammaticali, utilissimi per capire tecnicamente la funzione dei fonemi e dei grafemi onde evitare anacoluti.

D’altro canto, con i romanzi cerco di affidarmi a più non posso al personaggio o ai personaggi e non tanto a cosa farei io in quella situazione, ma a cosa farebbero loro se quella situazione fosse “reale”.

Più ti distacchi da te, più mostri livello.

Per i personaggi ti sei ispirato a qualcuno di reale, o sono frutto di fantasia?

Bè, essendo una silloge poetica mi sembra inutile dire che non ci sono esattamente dei personaggi.

È tutto legato a sensazioni, più che altro. Tante volte fastidi mai resi emancipati.

Comunque, alcune composizioni poetiche sono ispirate a persone, anche se non per forza di mia conoscenza. Però che hanno comunque lasciato il segno nei miei trascorsi.

Nel bene o nel male, soprattutto nel male.

Quanto c’è, di te, nel tuo libro?

Quel che basta.

In “Sciarade” ovviamente moltissimo, è un progetto strettamente personale, benché possiede minuti squarci di luce, attraverso i quali si può andare oltre le “semplici” sensazioni personali.

Per i romanzi diciamo che dipende: in uno addirittura la protagonista è una ragazza e io lo scrivo in prima persona, che è un rischio non indifferente visto che interpreto un personaggio dell’altro sesso.

Però, come quando fai l’attore, se ti affidano un ruolo, devi spenderti fino alla fine per adempierlo con soddisfazione. È un azzardo, ma se lo fai funzionare, sarà un successo.

Un altro personaggio invece, in una storia Urban Fantasy Young Adult è la riproduzione caratteriale di me, ma fisicamente americanizzata (e come lui anche tutta la famiglia), poiché il romanzo è ambientato negli Stati Uniti.

Comunque, penso che prima di se stessi, nella letteratura bisogna portare avanti la lingua.

Cercare di evolverla nel proprio piccolo, non solo “limitarsi” a portare ad un ulteriore livello il proprio stile. Su questo punto mi oppongo a George Orwell, il quale sosteneva appunto che per uno scrittore la cosa importante è valorizzare l’egocentrismo più puro. L’egocentrismo è mera bassezza.

Chiudo la risposta al tuo quesito con un aforisma molto “ossimoroso”, in merito: la ricchezza d’ego è povertà umana.

Molto interessante. E cosa ne pensi della situazione editoriale italiana?

Diciamo così, se la domanda è riferita alle case editrici, contraddistinguono le gioie e dolori di tutti gli autori (e non volendo ho fatto pure la rima).

Perché, ad esempio, alcune case editrici a pagamento ti fanno il servizio completo, ma ti chiedono anche la bellezza di 1500 euro. In alcuni casi anche 2000.

Altri EaP (Editori a Pagamento) ti chiedono di meno, ma non ti aiutano a presentare il libro o comunque non sono correlate ad alcuna associazione letteraria.

Quindi l’autore sarà costretto a pagarsi le sale, i volantini, tessere associative ogni volta di tasca sua, sapendo che forse il proprio libro non venderà o massimo su 60 persone ne verranno vendute due copie o tre al massimo per ogni presentazione.

Essere emergente è dura, ma l’uscita dall’anonimato è sempre dietro l’angolo.

Poi chissà…magari anche quest’intervista è una di questi “angoli” nascosti.

E io te lo auguro di tutto cuore, però poi voglio la percentuale 🙂 Quali sono le tue esperienze con l’editoria?

Bruttissime, uno sbattimento improponibile.

Bisogna armarsi non di santa, bensì di Santissima Pazienza. Specialmente per quanto riguarda le CE a pagamento e non solo, con le Agenzie Letterarie.

Sconsiglio vivamente di rivolgersi a loro: io ho provato e ho dovuto rifirmare il contratto editoriale almeno due volte per diverbi interni, continui scioglimenti e ricongiungimenti tra l’agente letterario (Marino Monti) e la CE che collabora(va) con lui (Pluriversum Edizioni).

Alla fine, per via di questi diverbi, sono riuscito ad eludere il contratto che gravava sul secondo manoscritto (che tuttora devo pubblicare) e successivamente l’ho inviato ad una casa editrice di Jesi non a pagamento, dalla quale, a distanza di 5 mesi ormai, devo ancora ricevere conferma.

Passando ad un ricordo ormai quasi vago, nel 2011 per il mio primo romanzo mi rivolsi ad una casa editrice che offriva tutto un insieme di servizi, ma tutti insieme venivano a costare la bellezza di 1500 euro. Tuttavia, c’era una via alternativa: non pagare nessun servizio e ti veniva concessa la stampa di 250 copie gratuitamente.

Peccato che non feci fare a nessuno l’editing, pertanto quando mi arrivarono a casa le copie mi accorsi che erano zeppe di errori di battitura e anche di sintassi. Così fui costretto a comprare tutte le copie per toglierle dal mercato. Una cosa umiliante, ma purtroppo per imparare bisogna avere diritto di sbagliare.

Ma comunque non potevo tenere sul mercato un libro scritto male o mal riveduto. Ne andava della mia reputazione.

In ogni caso, parliamo del 2011/12, sicché sono certamente migliorato a scrivere rispetto a quella volta (si spera).

Ora cerco di essere più critico nella scelta delle frasi e delle parole da utilizzare per illustrare un determinato contesto.

Comunque, tornando a noi…un’altra esperienza con una Casa editrice la ebbi con “Poeti e Poesie” di Elio Pecora e ricordo che per avere 5 copie antologiche con all’interno alcune delle mie poesie dovetti spendere circa un centinaio di euro. Per un libro che non aveva nemmeno la rilegatura e una grafica qualunque.

Cose da pazzi.

Un’altra occasione che mi fece sorridere fu il trovare una casa editrice no profit con cui non c’era alcun compenso sul manoscritto mandato.

Che ci piaccia o meno la letteratura è un business, quindi che senso ha pubblicare così? Io credo che bisogna portare acqua al proprio mulino, specialmente attraverso le cose che ci piace fare. Altrimenti il concetto di lavoro rimane un qualcosa di arcaico. E noi sappiamo invece che il lavoro deve rappresentare una continua conquista ed espansione, affinché le condizioni di vita e di felicità siano ottimizzate al massimo.

A me renderebbe molto felice poter lavorare dentro una casa editrice, ma al mondo t’inseriscono solo se hai titoli idonei. Magari non vale nel tempo il pezzo di carta, ma come biglietto da visita avercelo di certo non guasta.

Ma se un giorno riuscissi ad entrare attivamente nell’editoria, m’impegnerei a migliorarla senza ombra di dubbio. Anche se sicuramente verrò scoraggiato da chi sta più in alto.

Noi italiani siamo fatti così: arriviamo in alto per mezzo della falsa umiltà, poi una volta in alto facciamo i comandoni supponenti con chi sta più in basso. Troppo facile così, io mi diverto a fare il comandone con chi sta in alto invece. E nel modo più spudorato possibile.

Ultimamente non è più concesso sbagliare per imparare. Adesso si impara solo con i cicchetti tirati da chi sta più in alto di te, di me, etc.

Ecco “Sciarade” si contro impone a tutto questo sistema di idee.

Poiché se non si ha libertà d’errore, non si può pretendere di metabolizzare a dovere sull’ atto che non doveva essere compiuto.

Con quale slogan ti rivolgeresti al pubblico, per convincerlo a comprare il tuo libro?

Scrivere e scavare sono verbi molto simili.

Dissimile ma non troppo invece è il leggere.

Tuttavia, leggere serve per scavare fuori, scrivere serve per scavarsi dentro.

Lascia un messaggio agli utenti del blog.

Le utopie realizzate determinano i cambiamenti, affinché per noi si presentino le giuste opportunità per non rimanere sterili, per non adeguarci al degrado che ci circonda.

Se qualcuno vi consiglia di adeguarvi fuggite via immediatamente.

Perché ciò di cui abbiamo bisogno adesso è il cambiamento, di certo non adeguarci o sottometterci. Altro non serve per far crescere il timore a chi crede di avere il mondo nel proprio palmo della mano.

Detestate chi sta in alto?

Ergetevi e pensate ancora più in alto di loro, avendo piena coscienza e sicurezza, mentre lo state facendo. Perché se cercano di contraddirvi è per mantenervi buoni attraverso la paura e la convenienza di essa.

Voi siate furbi in campo, ricorrete alla sfida.

Mettete in dubbio loro e i paletti attraverso cui dominano.

Dove possiamo contattarti?

Sul mio profilo FB,  e sul secondo.
Altrimenti sul mio canale Youtube, o sul mio blog Universalemmi.
Qui invece potete trovare il Booktrailer.
E con questo, salutiamo Raffaele Rovinelli, augurandogli di continuare floridamente la sua carriera di scrittore.

VI RICORDO…

… che chi fosse interessato a “Faccia a faccia con l’autore”, può contattarmi direttamente QUI.

 

2 pensieri riguardo “FACCIA A FACCIA CON L’AUTORE: RAFFAELE ROVINELLI

  1. Certo che questo personaggio qua, non sa proprio che fare nella vita! Vai a lavorare e tieniti la letteratura come hobby, lasciala a chi sa fare veramente. Io sono nel campo da 20 anni, fidati.

    1. Caro Luca, credo proprio che il discorso correlato alla contro imposizione e della falsa umiltà non ti vada a genio. I 20 anni nel campo centrano relativamente, conta il saper fare. E nell’arte non si sa mai il momento in cui sai fare per davvero. Può essere 50 anni dopo che uno scrittore riesce in quello che fa. Come può essere tre anni dopo che ha cominciato a scrivere, o solo qualche mese dopo. Nessuno può dirlo, con quanto sia predisposto per la letteratura e quanto tu sia disposto a dare per la letteratura. Poi è solo la mia opinione, ogni autore pubblica ciò che meglio lo guida.

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