CIÒ CHE VA FATTO

Ciò che va fatto

 

Ciò che va fatto, è il racconto con cui ho partecipato al Gran Giallo Città di Cattolica edizione 2018, senza ovviamente vincere.

Pazienza.

Ve lo ripropongo in versione originale, sperando di conoscere i vostri giudizi in merito.

Non mi resta che augurarvi buoni brividi e…

… BUONA LETTURA.

Da piccolo avevo paura del buio. 

Prendevo a tremare ogni volta che qualcuno spegneva la luce della cameretta, e mi lasciava nell’oscurità, appena spezzata dal chiarore della porta socchiusa. Avevo paura dei mostri. 

Li immaginavo strisciare fuori da sotto il letto, e invadere gli angoli più lontani, assumendo le forme e i suoni più assurdi: il cappotto dondolante appeso alla gruccia, il sinistro scricchiolio della grondaia fuori dalla finestra, il pupazzo abbandonato sul parquet, con gli occhi di vetro rivolti su di me.

Ma ce n’era uno che davvero mi spaventava più di tutti. 

Era quello che RESTAVA sotto il letto, perché SAPEVA che la sua presenza mi avrebbe terrorizzato più di quella degli altri. Non avevo il coraggio di mettere fuori i piedi, per timore di sentirli afferrare. E allora me ne stavo fermo fra le lenzuola, immobile, rannicchiato, grondando sudore e paura, la vescica contratta per non farmela addosso, pregando affinché l’alba arrivasse presto.

Oggi per fortuna sono cresciuto, sono diventato un uomo, i brutti momenti sono passati, e le cose stanno diversamente.

Non ho più paura dei mostri. 

Finalmente.

Perché il mostro, adesso, sono IO.

Ne ho presa un’altra. 

Poco fa. 

È giovane. Bella. Terrorizzata. 

Ed è MIA.

I

Mia sorella Cinzia è stata uccisa da un maniaco, cinque anni fa. 

L’uomo che l’ha tenuta prigioniera per quattro lunghi giorni, non si è limitato solo a ucciderla. Prima, le ha fatto delle cose orribili. Diciamo che la morte è giunta come liberazione dai tormenti più atroci. 

Cinzia era vergine quando è stata presa, quel maledetto giovedì d’inverno. 

Aveva paura del sangue, non sopportava neppure la vista dell’ago di una siringa.

Quando l’hanno ritrovata, in quel casolare abbandonato, era irriconoscibile. Tutto, di lei, era stato violato con ferocia. Chi l’aveva uccisa, l’aveva torturata per giorni. Secondo la polizia si era trattato dell’opera di uno psicopatico isolato, un uomo giovane e forte, forse un conoscente. 

Secondo me, solo dello scempio di una bestia.  

Tuttora il colpevole non è mai stato punito, e il corpo di Cinzia giace in una fossa, senza aver ricevuto giustizia; solo un freddo funerale, in una mattina di gennaio imbiancata di neve, i fiocchi che si posavano come piume leggere sul legno scuro della bara. Una lunga processione di anime in lacrime, che attraversava il paese ricoperto dalla coltre ghiacciata, da quel bianco purificatore che tentava sommariamente di cancellare il buio ottuso della morte. 

I miei genitori singhiozzarono tutto il tempo, stretti l’uno all’altro. Solo quando stavano per calare la bara nella fossa, si aprirono in un abbraccio verso di me.

“Greta” disse mio padre, invitandomi ad avvicinarmi.

Non ci fu altro. Solo quella parola, solo quell’abbraccio.

Piansero tutti, tranne me. 

Non riuscii a versare una lacrima. Non chiedetemi perché. Fu così e basta. Dentro di me, non riuscivo ancora ad accettare quello che stava succedendo, e che avrebbe finito per sconvolgere la mia vita per sempre. 

Cinzia era tutto per me.

Sorella, amica, confidente. Tutto quanto. 

Vivevo alla sua ombra, lo sapevo, era la figlia preferita, ma non ne ho mai fatto un dramma, come lei non mi ha mai fatto pesare questa leggera disparità.

Ricordo ancora le sere d’estate, sdraiate a leggere gli stupidi giornaletti di moda, e parlare di acconciature o abiti firmati.

E le lunghe telefonate, quando lei si attardava a casa di un’amica, e mi chiamava per raccontarmi di come aveva trascorso la giornata. 

I pomeriggi gelidi per le vie del centro, tra vetrine, caldarroste e artisti di strada, quando l’odore invitante di ciambelle ci raggiungeva dai bar, e ci costringeva a fermarci. 

Ricordo tutto come fosse ieri.

Mi manca, mi manca tanto, la mia sorellina. 

Mi manca il suo profumo Dolce & Gabbana, le scarpe allineate in fondo alla stanza, il suo canticchiare sgraziato dell’ultima hit di Sanremo. 

Mi manca e basta.

Per colpa di qualcuno che ancora non ha pagato. 

Ma quello che nessuno sospetta, neppure la polizia e i miei genitori, è che io so chi è stato.

Io conosco l’identità dell’assassino.  

L’ho intercettato poco dopo la sua morte, e da allora non l’ho più mollato. So che ha ucciso ancora, almeno tre ragazze, anche se le autorità non hanno ricondotto le scomparse alla stessa mano. Ho seguito le sue mosse, i suoi spostamenti, la sua vita. Nell’ombra. Senza denunciarlo.

Così facendo ho condannato altre vite, lo so, ma il mio progetto è troppo ambizioso per incrinarsi davanti a dubbi morali o etici. 

Perché quello che lui ha fatto a Cinzia, l’ha fatto a me. L’ho sentito accadere nel mio corpo, dentro, tra le viscere, le interiora, e più giù, nella vagina, lo sfintere e oltre. Ho sentito le carni aprirsi, lacerarsi, gridare.

Ho assaggiato la morte senza morire, ho provato dolore senza sanguinare, ho avuto paura senza tremare.

Perché Cinzia era mia sorella gemella. 

Eravamo due gocce d’acqua, differenti solo per peso e acconciatura, e le storie che si raccontano sui gemelli e gli scambi emozionali, vedete, sono tutte vere. Ho percepito le sue sensazioni come ondate intense di calore, che mi travolgevano e mi lasciavano senza fiato, con gli occhi pieni di lacrime e la mente confusa.

L’ho sentita morire senza poter fare nulla, morendo anch’io, un poco alla volta. 

La distruzione di Cinzia è stata perpetrata in maniera quasi scientifica, messa in atto secondo una logica perversa del dolore, che le ha assicurato la maggior sofferenza, e la fine più lenta. Un’agonia di quattro giorni. 

Quattro giorni di violenza. 

E quattro giorni spetteranno a lui. 

È vicino il momento tanto atteso: rendere quello che è stato commesso, pagare il dolore con il dolore. 

Fare ciò che va fatto.

Uccidere l’assassino di Cinzia. 

II

Si è svegliata, finalmente.

Piange. 

Bene.

Mi piace sentirla singhiozzare nel buio dello scantinato. Probabilmente si starà chiedendo dov’è finita, e soprattutto perché è ammanettata.

Lascio gli avanzi del cracker sul tavolo di cucina, e scendo da lei. Al primo scricchiolio, i suoi singhiozzi si fanno più acuti. Il cuore prende a martellarmi. Accendo la luce. Faccio i gradini lentamente. 

Eccola là.

Al centro, tremante, rannicchiata sul pavimento, le mani in grembo, i polsi bloccati all’estremità della catena che pende dalla carrucola sul soffitto. 

Il bavaglio le impedisce di gridare, e quell’espressione di autentico terrore mi smuove già qualcosa nelle mutande. L’ho lasciata in biancheria intima. Ha i brividi, e non per il gelo. Mi avvicino all’argano, prendo a girare la manovella.

“In piedi” le ordino.

La ragazza mugola qualcosa, mentre la catena si tende cigolando sopra di lei, e la tira sù lentamente. Si aggrappa con le dita agli anelli e si rimette in piedi, senza smettere di rabbrividire. Potrei issarla fino a farle sfiorare appena il pavimento, ma non lo farò. Non adesso. Mi avvicino. “Ti piace questo posto?”.

Lei scuote forte la testa.

Allungo una mano, le carezzo i fianchi intirizziti. “Non fare la difficile. Non è così male”.

Al mio tocco, si divincola. La mia eccitazione cresce. Le abbasso il bavaglio, ma prima faccio balenare la lama del coltello.“Se gridi, ti taglio la lingua”. Le sollevo il viso verso di me. “E poi la gola. Tutto chiaro?”.

Tossisce, la faccia un misto di muco, lacrime e trucco sfatto, ma sembra presente. “S… Sì”.

“Sissignore” la correggo.

“Sì… sissignore”.

“Brava”. Le liscio i capelli con la lama. “Sei bella. Troppo bella. Come faccio a non farti del male?”.

Tira sù col naso, biascicando una supplica: “Ti prego, Ettore… dove siamo? Dove mi hai portata? Lasciami andare… cosa vuoi farmi?”. Un lampo le attraversa lo sguardo. “Non dirò niente a nessuno, te lo giuro!”.

Sorrido. Certo che no. Chissà se prima, quando mi ha chiesto di invitarla a bere qualcosa da me, avrebbe immaginato un finale come questo. Sopraffarla è stato un gioco da ragazzi, in salotto. Ha perso i sensi quasi subito, non ho dovuto neppure sforzarmi per trascinarla quaggiù. Non vedo l’ora di cominciare a giocare con lei. Domani, però. È qui solamente da un’ora, lasciamola abituare alla paura.

“Ci divertiremo insieme, vedrai”. Le sfioro le labbra con l’indice. “Starai qui per molto”.

“Mio Dio, che cosa vuoi farmi?” scoppia in un pianto secco. “Lasciami andare…”.

“Ma sai che sei noiosa?” la rimprovero. “Non sai dire altro. Vuoi tornare a casa?”.

Annuisce con forza. “Sì! Sì!”. 

Le allungo un manrovescio. “Sissignore!”.

Il sangue le cola dalla bocca. “Sissi… sissignore”.

“Se farai la brava, ci tornerai” mento, mentre le passo la fredda lama sulla pancia. “Ma prima di allora, mi darai tutto quello che voglio”. Le disegno qualcosa con la punta, senza ferire la pelle. “Ce la spasseremo, io e te. Domani, però. Oggi ti lascio riposare. E quando mi sarò divertito abbastanza, ti aprirò in due…”.

“Ommioddio, no, fammi svegliare!”.

“… e giocherò con tutto quello che troverò dentro”. Le incido appena la pelle. “Cinzia”.

III

Frasi palindrome.

Ecco la chiave di volta che, quasi cinque anni fa, mi consegnò la verità sull’identità dell’assassino.

Una verità che sarebbe appartenuta solo a me, come un’immonda eredità. 

Mesi dopo la morte di Cinzia, mentre i miei genitori dimenticavano di avere ancora una figlia, mi imbattei in un noioso programma televisivo. La mia mente era spenta, tuttavia mi incuriosì una conversazione che riguardava, appunto, le frasi palindrome, quelle che, spiegavano, si possono leggere anche al contrario, senza alterarne il significato. Mi alzai dal divano, in preda a un flash.

Conosci delle parole palindrome, Greta?

Cinzia mi aveva appena parlato nella testa, trasportando l’eco di quel pomeriggio in cui, pochi giorni prima di scomparire per sempre, mi aveva posto quella bizzarra domanda. 

No, avevo risposto in tutta franchezza. Che roba è? 

Lo squillo del cellulare aveva interrotto la conversazione, e lei era scomparsa nell’altra stanza, a discutere del suo nuovo taglio, cortissimo, ossigenato e maschile. Non affrontammo più l’argomento. 

Ma adesso si era accesa una spia nel cervello. Un ricordo.

Guidata più dall’istinto che da una precisa consapevolezza, lasciai il salotto e mi diressi in camera, accesi il PC e caricai la pagina Facebook di Cinzia, ancora attiva, ma abbandonata. Con un groppo in gola, ripercorsi i messaggi  d’addio dei suoi amici. Cinzia era molto attenta alle amicizie, soprattutto virtuali; selezionava solamente quelle reali, escludendo sconosciuti e corteggiatori seriali. Molti nomi li conoscevo già, erano anche amici miei, ma altri no. E io ne cercavo uno in particolare.

Infatti, eccolo.

Non so perché quel nickname mi fosse rimasto così impigliato tra le maglie della mente, so solo che adesso sembrava importante. 

EreNere.  

Potevi leggerlo in entrambi i versi, e la parola restava la stessa. Forse, inconsciamente, avevo già registrato quella caratteristica la prima volta.

Il suo messaggio si limitava, come molti altri, a poche, dolci parole d’addio. Cliccai sul suo profilo. Si aprì l’immagine di un bel ragazzo, in camicia e jeans, dall’aspetto simpatico e divertente. Condivideva molte delle nostre amicizie. La stessa parola, EreNere, era tatuata sul suo avambraccio scolpito. Fisico asciutto e riccioli ribelli gli donavano un fascino selvaggio e irresistibile. Curiosai tra le sue informazioni, e scoprii che aveva ventotto anni, e lavorava come barman in un locale dall’altra parte della città, il BarBagianni, un posto che Cinzia aveva iniziato a frequentare poco prima di morire. Ci andava spesso, e io non ne capivo il motivo, vista la lontananza. Forse il motivo poteva essere lui: EreNere. Ettore, da quel che leggevo nei post. 

Questo poteva spiegare, in parte, il perché di quella domanda sulle frasi palindrome. Forse qualcuno gliene aveva parlato. Qualcuno che le aveva tatuate addosso. 

Ma se Cinzia fosse uscita con lui, io l’avrei saputo. O no? 

Probabilmente anche lei aveva i suoi segreti, quel genere di segreti che vanno taciuti anche a una sorella, soprattutto quando si ha vent’anni, e certe cose diventano intime. 

In fondo non avevo scoperto nulla di che, tranne, forse, una relazione. Tuttavia, qualcosa mi diceva di approfondire.

E così, quella sera, feci ciò che andava fatto. 

IV

Ho sognato mio padre.

Cazzo, non voglio sognarlo più, il vecchio, non voglio proprio. Ogni volta che succede, resto di cattivo umore per tutta la giornata. Merda.

Nel sogno era tutto come allora: la stanza delle punizioni, la cinghia di cuoio che mi scorticava vivo a ogni colpo, il buio e il silenzio assordante dello sgabuzzino, dopo. E quel rudere di mia madre, con la sigaretta penzolante tra le labbra tumefatte e la bottiglia in mano, perennemente vuota, stravaccata sul divano, anestetizzata dal mondo e soprattutto dalle mie suppliche, mentre il porco ci dava sotto a sfasciarmi la schiena. A volte bastava un motivo assurdo, inutile, banale, come le scarpe sporche, e via, nella “stanza”, come la chiamava lui. Altre volte il motivo non c’era proprio, o forse ero troppo piccolo per comprenderlo. O troppo innocente. E quella sua ossessione per regole e disciplina, i “Sissignore” biascicati tra sangue e lacrime. Le cicatrici che quel lurido maiale mi ha lasciato addosso da bambino, oggi non ci sono più, ma quelle che mi ha inciso nell’anima, con il ferro rovente della paura e del tradimento, ci sono eccome. Non se ne vogliono andare. Non se ne vanno. Non se ne andranno mai. 

Mi alzo, è tardi, devo recarmi al lavoro. 

Mi lavo e mi preparo, faccio colazione. Pochi minuti prima di uscire, scendo da lei. La luce del sole filtra dalle alte inferriate, e permette una buona visibilità.

È sveglia.

L’ho lasciata appesa, ieri sera, e adesso che mi vede, mi supplica con lo sguardo. Immagino i crampi che le divorano i muscoli. È in piedi da troppe ore, e non se l’è neppure fatta addosso, come capita spesso. Dovrei anche prepararle qualcosa da mangiare, ma non ho tempo. Meglio così. Più sarà debole, meno problemi mi darà. E qui, in questa zona di campagna, la casa è isolata, nessuno la sentirà. 

“Buongiorno”. Le abbasso il bavaglio. “Immagino avrai fame, freddo, sete e tanta voglia di sederti. Sbaglio?”.

“Ti prego”. Ha appena il fiato per rispondere. “Non ce la faccio più”.

“Purtroppo per te sono in ritardo, ma stasera vedrò di accontentarti”.

“No, aspetta, non lasciarmi così, Ettore, ti supplico, io non…”.

Le assesto un ceffone che le gira la testa dall’altra parte. “Zitta” le dico, stringendole la faccia tra le mani. “Tu devi solo stare zitta, puttana”. Le rimetto il bavaglio. “A stasera”.

E mentre ascolto i suoi lamenti strozzati, salgo le scale e me ne vado.

V

Quella sera, al BarBagianni, non fu difficile intercettare Ettore. 

Lo osservai attentamente restando fuori dal locale, per non dare nell’occhio.

Era al bancone, a preparare cocktail e bibite, circondato da un pubblico prevalentemente femminile. Ricordo che la sua esuberante bellezza mi colpì subito; cercai d’immaginarlo in atteggiamenti intimi con mia sorella, ma non ci riuscii. Forse avrei dovuto parlargli, chiedergli di lei, invece che spiarlo, ma sarebbe stata una mossa stupida. 

Quella notte me ne tornai in preda a una brutta sensazione, che non sapevo definire. 

La sera successiva, lo seguii fino a casa. Abitava fuori città, in aperta campagna: una villetta isolata, circondata da un piccolo giardino ben tenuto, con fioriere e un pozzo in pietra. Viveva solo. Non so perché lo pedinai. Forse per convincermi di star facendo luce sull’omicidio di Cinzia, o almeno provarci, senza nascondere a me stessa la sottile gelosia nel conoscere un amante che lei mi aveva taciuto. Ma c’era anche quella luce strana, sinistra, che gli avevo visto balenare nello sguardo, di tanto in tanto, mentre guardava altre donne. Come se un’ombra, dietro l’azzurro limpido e cristallino di quegli occhi, offuscasse per un istante il suo candore.

Qualcosa, in lui, non mi convinceva, o forse erano solo suggestioni paranoiche. 

Fatto sta, che presi a interessarmi della sua vita: di giorno lavorava come magazziniere in un’azienda a un’ora di macchina da casa, la sera al BarBagianni. Le sue frequentazioni femminili erano varie, e più di una volta mi domandai se ficcanasare in quel modo fosse la cosa giusta. 

Quando però, una notte, una bionda entrò con lui in casa senza più uscire, i miei sospetti divennero certezze. Soprattutto quando, pochi giorni dopo, la foto della ragazza comparve sui giornali, che ne denunciavano la scomparsa. 

Caddi nello sconforto. Non sapevo cosa fare, come comportarmi. Potevo anche sbagliarmi. La cosa più sensata sarebbe stata rivolgersi alla polizia, e indirizzarla sulle tracce di Ettore. Ma non lo feci. Inconsapevolmente, nella mia testa, stava già maturando l’idea insana che avrebbe stravolto il resto dei miei anni.

Passarono le settimane. Alla fine, decisi: sarei dovuta entrare in casa sua, ma non immaginavo come. 

Una mattina, durante uno dei miei appostamenti, la sorte mi venne incontro. Lo vidi uscire trafelato, probabilmente in ritardo, con in mano un mazzo di chiavi. Quando arrivò a chiudere la porta, imprecò, rigirandosi il mazzo tra le mani e controllandolo attentamente. Tirò una bestemmia. Si allontanò di qualche passo, in direzione del pozzo. Si abbassò, ne scalzò una pietra alla base, e quando si rialzò, stringeva tra le dita quella che sembrava una chiave. Diede un paio di mandate, e se la mise in tasca, poi si affrettò verso la macchina. Lungo il tragitto rallentò, come attratto da qualcosa ai suoi piedi. Si piegò e la raccolse. La sua espressione si rilassò. Tornò indietro e nascose nuovamente la chiave, inserendo nel mazzo quella appena ritrovata. Poi montò in macchina, mise in moto, e partì.  

Bene. Adesso sapevo come entrare.

La chiave di scorta era al pozzo. 

Così feci ciò che andava fatto. 

VI

Le donne sono tutte uguali. 

Ti girano intorno perché sei carino, ti usano per una notte e poi via, ti dimenticano, come se non fossi mai esistito. Improvvisamente, divengono mute ai tuoi richiami, sorde alla tue telefonate. 

Sono abituato all’indifferenza, fin da piccolo, tanto che non ne faccio un problema. 

Donne, dicevo.

Ho imparato a compiacerle, assecondarle, far loro conoscere il bravo bambino che è in me, che c’è sempre stato, e che un tempo esisteva davvero. Già, prima che il lurido vecchio me lo strappasse di dosso, lacerandomi l’anima e lasciando emergere, nudo e pulsante, ciò che sono oggi. 

Una volta ERO quel bambino. Adesso lo uso soltanto come esca. 

E in molte ci cascano. 

È facile convincerle delle mie buone intenzioni. Devo solo capire con che tipo di ragazza ho a che fare, e comportarmi di conseguenza: con l’Intellettuale basta citare qualche frase, oppure parlare di artisti passati a miglior vita. Uso spesso Baudelaire e i “Fiori del male”. Funziona. Con la Svampita è facilissimo: se sei capace di coniugare il sorriso al giusto cocktail, il gioco è fatto. Le cose si fanno leggermente più complesse con la Riservata, perché è difficile capire su cosa far breccia per carpire la sua fiducia. Ma alla fine qualcosa mi invento sempre: una storiella triste sulla mia vita complicata, una grossa delusione d’amore, il significato dei miei tatuaggi. 

E le sceme ci cascano ogni volta. Bamboline stupide.

Mi piacciono quelle che sembrano bamboline. Mi fanno impazzire. Come da piccolo mi veniva voglia di rompere le Barbie del cazzo di mia cugina, oggi mi viene voglia di rompere loro, la loro bellezza, la loro perfezione così finta e ingannevole.

Adesso sono qui, al lavoro, e penso soltanto a quando stasera tornerò da lei: Cinzia. 

È davvero carina, e mi ricorda qualcuno.

Abbiamo passato una piacevole serata, ieri, in quel locale, e la sua minigonna raccontava già tutto quello che volevo sapere. Non mi sono sorpreso quando, dopo l’ultimo cocktail, mi ha lanciato uno sguardo languido da sotto gli occhiali sexy, e mi ha chiesto di portarla a bere qualcosa da me.

Così l’ho accontentata. 

E adesso devo pensare a che gioco giocare, quando tornerò; qualcosa che non le faccia troppo male, ma abbastanza da farla sanguinare. 

Tanto per iniziare. Poi vedremo. 

Voglio tenerla con me il più a lungo possibile.

Finché resisterà.

VII

Quando entrai in quella casa, tutto era perfettamente ordinato e pulito, anche troppo, per essere l’abitazione di un uomo solo. 

Una parte di me gridava di andarmene via, subito, ma l’altra, più subdola e incosciente, sussurrava di non farlo. Non ancora. Magari, la bionda che avevo visto entrare e mai uscire, era sempre là, prigioniera.

La casa era arredata con gusto, e non trovai nulla di insolito. Forse stavo davvero seguendo una pista sbagliata, finché, quasi per caso, non calpestai il tappeto all’ingresso, e avvertii un leggero scricchiolio. Tornai sui miei passi; il suono si ripeté, accompagnato da una lieve flessione del pavimento. Mi abbassai e scostai il tappeto: una botola. I contorni squadrati si allineavano perfettamente con quelli delle assi del parquet; nonostante la serratura, era aperta. La sollevai, e mi trovai davanti una scala di legno che scompariva nelle tenebre. Un piano interrato. Quasi in apnea, presi a scendere. Intercettai subito l’interruttore, e accesi la luce. Quando raggiunsi l’ultimo gradino, mi portai d’istinto le mani alla bocca. 

Il locale era ampio e freddo, rivestito in pietra e illuminato da una serie di piccole grate, in alto. Ai lati si innalzavano scaffali traboccanti cianfrusaglie, e un banco d’acciaio con attrezzi da lavoro. 

Al centro, da una carrucola ancorata al soffitto, pendeva una catena. All’estremità, ciondolavano un paio di manette.

Il pavimento, in quel punto, era chiazzato di un rosso spento, come se qualcuno avesse tentato, invano, di pulire. Si respirava un odore forte, stantio, di marcio. Nell’angolo più lontano, un lurido materasso buttato là, sbavato del solito colore sbiadito. Avanzai lentamente verso le manette, unte di una sostanza incrostata. Sangue. 

Scappa! pensai immediatamente. Scappa ora! Subito! Chiama la polizia!

Ma le gambe si rifiutarono. 

Sciocca! Potrebbe tornare! 

Sapevo non sarebbe accaduto. Conoscevo i suoi orari, ma la paura a volte è un bisbiglio che ti alita nelle orecchie i timori più improbabili.

Notai delle scatole di cartone, ordinatamente raccolte vicino al banco da lavoro. Sollevai i coperchi: all’interno, borsette, indumenti, abiti, scarpe femminili. 

Mio Dio!

Frugai con dita tremanti, finché non mi trovai tra le mani un foulard. Quel foulard. Il mio ultimo regalo di Natale per Cinzia, con le iniziali cucite sopra. Le lacrime mi traboccarono dagli occhi senza poterle fermare. Ora sapevo che lei era stata là. 

Probabilmente appesa a quella catena.

Come chissà quante altre sventurate, che non sarebbero mai tornate.

Corsi via. 

Uscii da quella casa ignobile, convinta una volta per tutte a denunciare il mostro alla polizia, ma quando mi fermai e il battito tornò regolare, si regolarizzarono anche i pensieri. Avevo ancora in mano la chiave. Godevo di un vantaggio che non potevo lasciarmi sfuggire.

E per l’ultima volta, presi la mia decisione: niente polizia. 

Non sarei più tornata indietro.

Sei sicura?

Sicurissima. Era come se Cinzia mi stesse parlando nella testa, mi infondesse coraggio e certezze, mi tranquillizzasse. 

Dovevo andare avanti, e l’avrei fatto a modo mio. 

Sarebbe filato tutto liscio.

Bastava solo fare ciò che andava fatto.

VIII

L’ultima è stata Manuela. 

È morta dopo appena due giorni. 

La sua improvvisa perdita, confesso, mi ha lasciato l’amaro in bocca; ho sentito la sua mancanza nelle settimane a venire. Era stata in grado di regalarmi brividi unici sulla pelle, una sensazione di appagamento totale, quando la sottomettevo. Quell’indomabile spirito di ribellione che le leggevo negli occhi, ogni volta che impartivo ordini e punizioni, non l’ho mai incontrato in nessun’altra. Mi eccitava da morire, Manuela, con la sua irrefrenabile ostinazione, tanto che all’inizio ho rischiato di ucciderla solo a frustate. Se non mi fossi fermato in tempo, l’avrei persa molto prima di quel poco che è riuscita a resistere. Ho capito che dovevo dosare il dolore da infliggerle. Se mi fossi lasciato trasportare, avrei finito troppo in fretta. Tuttavia non è bastato. Il suo cuore non ha retto. 

Con Cinzia non succederà. Sarà diverso. 

Non voglio perderla, non così velocemente.

E intanto l’orario di lavoro è finito, e me ne sto tornado a casa.

Da lei.

Finalmente.

IX

Quel giorno, feci una copia della chiave, poi tornai e misi tutto a posto.

Quel giorno, cedetti alla lussuriosa tentazione della vendetta, la abbracciai, la feci mia, cadendo per sempre vittima delle sue spire. 

Iniziò così la mia rinascita, la mia trasformazione, il bruco che diventa farfalla, la lenta metamorfosi che mi ha portato, oggi, a essere quella che sono.

Appena ho potuto, sono andata a vivere da sola, svincolandomi dalla presenza indifferente dei miei genitori. Ho trovato un lavoro part time, che mi ha garantito molto tempo libero. 

Ho avuto modo di osservare attentamente ogni spostamento di Ettore, e studiare le sue abitudini. Per non dare nell’occhio, ho usato travestimenti e macchine diverse, che spesso noleggiavo, anche solo per poche ore. 

Ho capito che quando cerca sesso e basta, porta le sue conquiste in luoghi appartati, e consuma l’amplesso in macchina. Quelle che invece finiscono in casa, non escono più. Non so cosa succeda, una volta dentro; forse le stordisce, le droga, le narcotizza. Fatto sta che nessuna di loro ha mai varcato quella soglia per uscirne. Ecco perché so con certezza che in questi anni, almeno altre due ragazze, dopo la bionda, sono state uccise, come Cinzia. E nessuna è stata mai ritrovata. Evidentemente Ettore ha cambiato tattica, forse adesso distrugge i corpi. Le vittime si somigliano tutte. Preferisce quelle con lineamenti armoniosi, rotondi, fanciulleschi, direi. Donne bambine, in un certo senso. 

Come Cinzia. Come me. 

Forse è attratto dallo sguardo da cerbiatta, forse è questo che scatena la sua pulsione omicida. 

In tutto questo tempo, non ho fatto che prepararmi al momento che sta per arrivare. 

Ho studiato manuali e trattati di criminologia, e penso di aver classificato Ettore come lust killer: uccide per ottenere una soddisfazione di natura sessuale dalle vittime. È guidato da fantasie in cui sesso e morte sono protagoniste assolute, e cerca di realizzarle. È il tipo di serial killer più difficile da smascherare. 

Sono diventata una vera esperta di Krav Maga; potrei uccidere una persona a mani nude, se volessi. Mi bastano dieci secondi. È una disciplina che mi ha sempre affascinata, perché oltre a concentrarsi su parti del corpo normalmente ritenute intoccabili nelle arti marziali, è priva di regole. È vietato utilizzarla in forma sportiva. 

Mentre affinavo le mie preparazioni in virtù di questo momento, mi introducevo saltuariamente in quella cantina, nei momenti in cui lui non c’era. Scattavo foto a dettagli, particolari che poi studiavo a casa. Le mie incursioni non erano mai casuali, ma attentamente programmate. Mi servivano per pianificare il mio folle progetto, passo dopo passo. Ogni volta si aggiungeva qualcosa che dovevo imparare a fare, essere, diventare. Un tassello in più nel ventaglio delle mie preparazioni.  

Perché la mia non sarebbe stata una semplice vendetta. 

Se avessi voluto ucciderlo e basta, avrei potuto farlo in qualunque momento, perché aspettare tanti anni?

No, io volevo di più. 

Volevo portarlo al culmine dell’eccitazione, volevo farlo sentire onnipotente, e solo allora spezzare il suo sogno di dominio, strappargli il giocattolo di mano. Volevo essere preda, prima che cacciatore. Volevo che solo all’ultimo si rendesse conto della trappola in cui era caduto, ingenuamente, e si maledicesse per tanta stupidità. E ora, finalmente, sta per succedere.

Ma sarà Cinzia a ucciderlo. Non io.

La mia idea è folle, lo so, me ne rendo conto anche adesso che sto per metterla in pratica, però è perfettamente congegnata. Sono preparata a risolvere anche il minimo imprevisto. Se le cose non dovessero andare nel modo giusto, niente e nessuno lo salverà comunque. È destinato a morire. 

Sono una pazza lucida. So quello che rischio, ma soprattutto quello che rischia lui.

Il mio problema principale sarà riuscire ad andare davvero fino in fondo.

Il suo problema principale, sarà se vado fino in fondo. 

Come dicevo, nel corso di questi anni ho imparato un sacco di cose, oltre all’autodifesa. Ho studiato tossicologia e chimica, ho appreso i meccanismi dell’avvelenamento; ho imparato a lavorare su alcuni impianti elettrici e a prendere dimestichezza con la corrente, tanto che in casa riesco a riparare piccoli guasti. Ho appreso come liberarmi da nodi e manette, ho seguito corsi di farmacologia. 

Stamattina sono entrata in quella cantina per sistemare le ultime cose.

Ora è tutto pronto.

Stasera è il gran giorno. 

Come ogni giovedì, lui si troverà a ballare nello stesso locale, della stessa città. E ci sarò anch’io.

Sono pronta per fare ciò che va fatto.

X

Sono eccitatissimo. 

Entro in casa, pensando solo: Cinzia. 

Mi sfilo gli abiti, indosso una tuta, qualcosa di occasionale, destinato a sporcarsi. Perché stasera mi sporcherò.

Ho chiesto di saltare il turno al BarBagianni, proprio per dedicarmi alla mia ancella.

Apro la botola, e già sento l’erezione premere contro i pantaloni. Non riesco nemmeno a immaginare cosa proverà lei adesso, vedendomi. Faccio due gradini, allungo la mano e accendo la luce.“Ahia!”.

Qualcosa mi ha ferito l’indice. Premo ancora, e la stanza s’illumina, non senza aver beccato, prima, un altro pizzicotto. 

“Ma che cazzo…”.

Guardo l’interruttore: si è rotto. La punta di un contatto sporge dalla pulsantiera, e fortuna che la luce si è accesa lo stesso, altrimenti sarebbe stato un bel guaio. L’impianto è vecchio, dovrò pensare a ripararlo, non voglio altre seccature per il futuro. Mi succhio il polpastrello sanguinante. 

“Fanculo”.

La vista del sangue mi fa venire voglia di ALTRO sangue. Prendo a scendere, sono da lei. 

È priva di sensi. La testa ciondolante, le braccia tese, le gambe abbandonate a toccare il pavimento con i piedi nudi. Le mollo un paio di schiaffetti.

“Sveglia, tesoro. Il tuo paparino è qui”. La colpisco più forte. Inizia ad aprire gli occhi. “Non sei contenta di vedermi?”.

Finalmente alza lo sguardo, e nelle sue pupille riconosco la mia immagine, insieme alla paura più cieca. Bene. Quello che volevo. 

“Allora” ripeto, “non sei contenta di vedermi?”.

Cinzia cerca di sollevarsi sulle gambe, ma crolla di nuovo, sfinita. 

Prima giocheremo un po’, poi penserò a rifocillarla il minimo indispensabile. Mi avvicino al banco, cerco qualcosa, lo trovo: il frustino. Torno da lei, agitandoglielo davanti  agli occhi. Le abbasso il bavaglio.

“Questo servirà a svegliarti, tesoro”.  

“Mio Dio, no” supplica con un filo di voce, udibile a malapena.

“Oh sì” rispondo io. “Finché ne avrò…”.

Ma improvvisamente, succede qualcosa. 

Il frustino mi scivola di mano. Le dita sembrano diventate insensibili, oppure è solo una mia impressione. C’è troppo gelo, in questa stanza. Ho un capogiro. Mi abbasso per raccoglierlo, ma non ci riesco. 

“Che cosa…”.

Mi avvolge una sensazione strana. Tutto, di me, sembra farsi pesante, cedere, afflosciarsi. Mi sono beccato un malanno di stagione, ci giurerei. 

“Al diavolo”.

E in quel momento guardo Cinzia. Che sorride. 

Sorride. 

Dov’è finita l’espressione spaventata?

Cerco di avvicinarmi, ma le gambe si piegano, sono costretto a sorreggermi al bancone. Cinzia alza la testa e mi fissa, di nuovo. Si issa con facilità sulle ginocchia e si rimette in piedi. “Tutto bene?” chiede. 

Non capisco cosa stia succedendo. So solo che sto perdendo il controllo del corpo, e non so perché! 

Cinzia invece ride.

“Che… che cos’hai da ridere, puttana?” grido.

Non sembra più la ragazzina terrorizzata di poco fa.

“Rido di te” risponde, sprezzante. “Di quanto mi fai schifo”.

Ha un colorito roseo e fresco, nonostante l’ambiente freddo e umido. Lo noto solo adesso. E sembra avere energie da vendere.

“Ti… ti faccio ingoiare quella linguaccia, lurida…”.

“Tu non farai proprio nulla”. 

Armeggia con le dita alla chiusura delle manette. Un attimo, ed è libera. 

È in piedi adesso, davanti a me, con le mani sui fianchi, e continua a osservarmi in quel modo che mi fa sentire ridicolo. E a sorridere. 

La rabbia mi divampa dentro. Tento uno scatto. Voglio abbrancarla, stringerle le mani intorno alla gola, ucciderla. Lei scarta di lato con un movimento calcolato, e mi assesta un calcio nello stomaco, un altro all’inguine, e un altro ancora non so dove. Non riesco nemmeno a vederli arrivare, sono al tappeto. 

Ho davanti una lottatrice, altro che ragazzina debole e indifesa.

Cerco di rialzarmi, ma le gambe non rispondono più. Inizio a tremare. Lei mi si avvicina. Si inginocchia accanto a me. Non c’è paura nel suo sguardo, forse non c’è mai stata. Scorgo solo un odio profondo. 

“Chi sei?” riesco a chiedere, mentre il mio corpo lentamente si affloscia.

Si sfila la parrucca, la lancia lontano. Seguo la scia di quella fasulla chioma ricciuta e corvina, atterrare sul materasso. “Guardami bene” dice.

La guardo, ma sono in preda al panico, e non riesco a concentrarmi su niente. 

“Non mi riconosci?” domanda ancora.

Ma sì. Ma certo. Adesso sì che la riconosco, perdio. Con quel taglio cortissimo e ossigenato. Ecco perché mi ricordava qualcuno. Con la parrucca, gli occhiali, e il trucco pesante non l’avevo notato, e invece adesso…

Tuttavia è impossibile. 

“Tu… tu non puoi essere…”.

“Cinzia”.

Infatti. È lo stesso nome, non me n’ero neppure reso conto. Ma non può essere LEI. La Cinzia che dico io, è MORTA. Da anni, ormai. 

Inizio ad avere difficoltà anche a parlare. “Non è poss… poss…”. Tossisco. Non riesco a finire.

“Non è possibile?”. 

Scuoto la testa, mentre grondo copiosamente. Ho caldo, ho sete. Ho paura. Cinzia mi si avvicina ancora. 

“Hai ragione, bastardo”. Lo dice con un ghigno. “Cinzia è morta, non può essere qui, perché TU l’hai uccisa. E questo non è neppure il mio nome. Ma voglio che la faccia e il nome di mia sorella siano le ultime cose che ricorderai, prima di morire”.

Sorella. Questa ragazza è la sorella di Cinzia. È identica a lei, è una gemella.

I crampi mi irrigidiscono le braccia e il torace. Una scarica di diarrea mi imbratta le mutande. Lei mi prende la testa tra le mani e mi accarezza i capelli, dolcemente. 

“È tanto che aspettavo questo momento, sai? L’ho programmato da anni, e adesso finalmente sono qui. SIAMO qui. Io e te”.

La mente mi sta andando in pezzi, si sgretola sotto il suono pesante di quelle parole.

“Sono entrata in questa cantina così tante volte” riprende, “e tu non ti sei mai accorto di niente”. Stacca lo sguardo solo un istante. “Ho avuto molto tempo per preparare la trappola che volevo. Certo, avrei potuto farla più breve: ucciderti ieri sera, dopo il locale. Ma non l’ho fatto”.

Puttana. Non era là per caso. Ecco perché mi ha offerto da bere! Faccio un ultimo sforzo per alzarmi. Sento il corpo zuppo di sudore e feci, ma non riesco a muovere un solo muscolo, tranne collo e testa. 

“Ed è stato quello il momento più difficile, sai?” continua lei, carezzandomi i capelli fradici. “Quando mi hai aggredita. Speravo lo facessi. Mi sono lasciata sopraffare, per evitare che mi drogassi, o cosa”. Mi passa un dito sulle labbra. “Insomma, ti ho reso tutto più facile. Dovresti ringraziarmi, no?”.

Vorrei gridare, ma non ci riesco. Posso solo emettere patetici suoni gutturali. Voglio svegliarmi da quest’incubo!

Lei si alza, raggiunge un angolo della stanza, smuove alcune pietre, poi le rimuove del tutto, svelando un’intercapedine che ignoravo. Osservo, incredulo. Tira fuori un sacco e ne estrae degli abiti. Li indossa e torna da me, in punta di piedi, con grazia felina. Si inginocchia ancora.

“Perché ti sto raccordo tutto questo?”. Sento il suo fiato sulla pelle. “Perché voglio tu sappia che tra noi, la vittima, sei TU”. Mi carezza la guancia. “In tutti questi anni, abbiamo condiviso insieme questo posto: tu pensavi a uccidere, io a come fregarti”.

Non posso far altro che continuare ad ascoltare quelle frasi, così tremendamente lucide e taglienti, che mi colpiscono come fendenti.

“Stanotte, mentre dormivi, ho recuperato il sacco. Oltre agli abiti, contiene acqua, cibo, farmaci, coperte, attrezzi e una torcia elettrica. Ho lavorato”.

Sento il corpo pesante e molle, abbandonato sulle piastrelle. Anche il collo sta iniziando a irrigidirsi.

“Ho sostituito l’interruttore con uno identico: il mio”. Tira fuori dalla sacca quello rimosso, e me lo mostra, prima di lasciarlo ricadere. “Se schiacci il pulsante, scatta un ago che provoca una piccola iniezione”. Mi afferra la mano destra, la solleva, schiude l’indice ancora grondante. Posso sentire il suo tocco. “Tetradotossina. Un veleno che si estrae dal pesce palla. In dosi minime può uccidere, ma stai tranquillo: tu non morirai”. Sorride. “Non di questo, almeno. E la cosa interessante, è che paralizza il corpo, senza anestetizzarlo”. Ora non ride più. “Questo vuol dire che sentirai tutto quanto” e mi spezza il dito. 

Un urlo muto s’infrange contro le pareti del mio esofago, che si contorce e si contrae. Voglio gridare, fuggire, scappare da quest’incubo pazzesco, perché adesso capisco di essere vittima di una pazza, una squilibrata, una troia maledetta che vuole solo vendetta, vendetta per…  

Cinzia, solo questo mi ripeto nella testa, adesso che sono qui, che il mio piano ha funzionato a meraviglia, e che lui è accanto a me, inerme, supino, terrorizzato, paralizzato. 

MIO.

Tutto è andato come previsto. L’unico rischio è stato indovinare cosa avrebbe fatto di me una volta svenuta; se le cose si fossero messe male, sarei intervenuta subito, privandomi del piacere di trovarmi qui, adesso, ma per fortuna non è accaduto. Mi ha portata quaggiù, come speravo, mi ha spogliata, ammanettata e se n’è andato. Ho usato la forcina per capelli nascosta nella parrucca; ne avevo un’altra di scorta, incastrata nell’ultimo anello della catena, invisibile, tra sangue e ruggine. Liberarsi è stato facilissimo, so farlo anche al buio, e lui mi ha dato tutto il tempo. Poi ho finto di richiudere le manette sui polsi. Se avesse avuto cattive intenzioni, ci avrei messo un lampo a liberarmi.

Il resto, è stato come recitare un copione.

Ho voluto raccontargli ogni cosa, perché deve sapere, deve conoscere la verità, deve capire perché morirà, e nel nome di chi. Quattro giorni, come promesso.

“Quattro giorni” gli sussurro all’orecchio. “Come quelli che hai inflitto a mia sorella. Quattro giorni di dolore. Io e te. Insieme. Fino alla fine” e lo bacio.

Lo vedo contorcersi per quel poco che riesce, roteare gli occhi in cerca di qualcosa, una salvezza che non arriverà. 

Mi alzo, passeggio davanti al banco degli attrezzi, li sfioro uno per uno. Poi torno indietro, mi avvicino, raccolgo il frustino. 

“Vogliamo cominciare con questo? L’avevi scelto tu”.

L’ho già detto: sono una pazza lucida. Ma talvolta la realtà è talmente insopportabile, talmente devastante da schiacciarti, tanto che se vuoi sopravviverle, devi decidere da che parte stare. E io la mia scelta l’ho fatta da anni. Quando uscirò da questa casa sarò un’assassina, ma avrò vendicato Cinzia, e chissà quante altre ragazze, uccise solo per i piaceri di un lurido sadico. E questo non posso che interpretarlo come un meraviglioso atto di giustizia. 

La mia.

Mentre penso, alzo il braccio in aria, il frustino teso e dritto sopra di me. 

È Cinzia che sferra il primo colpo, non io. 

Le ho lasciato il posto, dentro la mia testa.

È lei che adesso inizia a fare ciò che va fatto. 

 

10 pensieri riguardo “CIÒ CHE VA FATTO

    1. Grazie Virginia, per aver commentato. Il problema è stato in effetti creare una storia originale, in 30 giorni (eh sì, ho saputo tardi del concorso), e renderla il più perfetta possibile. Ho fatto il massimo, ma potevo fare di meglio!

  1. Caspita. Complimenti davvero. L’ho trovato assolutamente perfetto; tensione ben calibrata, trama scorrevole e originale.
    Spero di leggere presto qualcos’altro di tuo.

  2. Ho dei libri di autori famosi sul PC che vorrei iniziare a leggere questo sabato pomeriggio estivo. Ne ho aperti un paio e poi li ho lasciati lì, non sono riusciti ad interessarmi. Però la tua storia si è fatta leggere fino in fondo. Parola per parola. Con tanti momenti di ansia e con la curiosità sempre più prepotente di sapere come sarebbe andata a finire. Perché so che con le tue creazioni letterarie, non è scontato che finisca tutto bene.

  3. Quando mi è giunta la notifica di Google+ stavo per scorrerla verso sinistra per eliminarla. Poi cambiando idea in una frazione di secondo l’ho aperta e iniziato a leggere il tuo racconto.
    Ammetto che avevo già capito come sarebbe andato a finire ma tuttavia è stato molto piacevole leggere; più di tutto mi ha colpito l’incipit, potrebbe sembrare banale o magari una frase fatta però riflettendoci è una constatazione che accomuna molte persone, adulte o bambine che siano. Ed è per questo motivo che sono andata fin in fondo.
    Uno stile fresco e semplice ha levigato la mia lettura divertendomi, poi, a saltare da un personaggio all’altro e provando addirittura un pizzico di compassione per l’assassino principale a causa del suo passato.
    Continuerei a commentare ancora, ma sembrerei noiosa o superba. Il fatto è che mi piace analizzare quasi nel dettaglio ciò che mi è piaciuto esaltandone le parti migliori. D’altro canto ritengo anche che avrei modificato qualche passaggio ma tutto sommato è un racconto molto bello. Complimenti!

    1. Grazie Nancy per il tuo prezioso contributo e la tua analisi. Non sembri superba, tanto meno noiosa, a me fa molto piacere conoscere i giudizi dei miei lettori, per cui, se hai tempo e voglia, puoi scrivermi a nerosubianco@filipposemplici.com, ed esternare tranquillamente le tue impressioni. Sarò felicissimo di conoscerle.

  4. Ho letto il racconto.
    Veramente intrigante.
    Mi è piaciuto molto… Che dire sai creare curiosità e suspence…
    Complimenti 💜

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