BEST SELLER

Best seller

 

 

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta nel 2016, all’interno di un’antologia dedicata al grande Wes Craven.

Si tratta di una storia surreale alla quale sono molto affezionato, che mischia horror e humor nella più classica tradizione “Dylandoghiana”.

Vi auguro una buona lettura!

 

 

Non avevo ancora vent’anni, il giorno in cui ho ucciso per la prima volta.
Lo ricordo come fosse ieri: la turista americana, la spiaggia di notte, gli abbracci, e poi le urla, il silenzio della fine.
L’avevo conosciuta in un locale; bruna e snella, doveva aver bevuto qualche bicchiere di troppo. Mi offrii di riaccompagnarla in hotel e lei accettò, così salimmo sul mio scooter e ci allontanammo. La strada ci condusse in riva al mare. Facemmo l’amore sul bagnasciuga. I nostri corpi spingevano, disegnando impronte umide sulla sabbia. Era tutto così perfetto: le onde calme sotto le stelle, i respiri affannati che tornavano regolari, gli occhi negli occhi. Sembrava un film d’amore.
Peccato non lo fosse.
Improvvisamente le strinsi le mani intorno alla gola; sentivo di non poterne fare a meno. Lei mi guardò sorpresa, come pensando a uno scherzo. Solo quando il respiro le mancò, capì che non fingevo per niente. Fu breve e interminabile allo stesso tempo.
Restai a osservare il suo cadavere nudo, e solo dopo un po’ mi resi conto di ciò che avevo fatto.
In preda a una lucida follia gettai il corpo in mare, nel punto in cui sarebbe cresciuta la marea, e me ne andai.

 

Questo accadeva più o meno trentacinque anni fa. Da allora non ho più smesso di uccidere.
Donne. Solo donne.
Le uniche capaci di regalarti le emozioni più calde con il profumo della pelle, e i brividi più intensi con le loro grida.
Ormai l’avrete capito: sono un serial killer, un assassino in pensione oserei dire.
Ho fatto la mia storia, e da un pezzo ho raggiunto l’ultima fermata. Quella notte sulla spiaggia si è spalancata una porta nella mia mente, e quando negli anni ho provato a sbirciarvi dentro ho trovato un’ombra che si agitava gridando cose orribili, che non potevo fare a meno di ascoltare.
Per gran parte della vita ho lavorato come rappresentante di una nota marca di profumi, e questo mi ha portato in giro per l’Italia. Ho frequentato boutique alla moda, incontrato donne di ogni tipo.
Come diceva non so più chi, le vittime non mancano mai.
Sono sempre stato un uomo di bell’aspetto, e il fascino che esercitavo sulle donne ha reso il mio hobby notturno più facile. Quando è la preda che va al cacciatore, questi può organizzare meglio le sue trappole.
Ho ucciso donne giovani e belle, ho fatto loro cose orribili che non vi descriverò, perché non è questa la storia che intendo farvi conoscere di me. Sappiate solo che nel pieno della mia attività ho raggiunto la media di cinque omicidi l’anno. Moltiplicateli per trenta, e il numero che uscirà vi farà impallidire. Oggi però sono una persona molto diversa, ed è proprio di questo che voglio parlarvi.
Sì, perché la storia più folle non riguarda la mia attività di serial killer, ma quello che è accaduto dopo.
Quando ho deciso di smettere.
Sembra incredibile, non è come smettere di fumare, eppure una mattina mi sono svegliato e ho capito che quella stanza dentro la mia testa era vuota. L’ombra se n’era andata. Non restava più niente. L’istinto di caccia, la voglia di uccidere si era estinta, così come era nata.
Forse avevo raggiunto il numero sufficiente di vittime, o forse chissà… Non lo saprò mai.
La scoperta mi lasciò tutt’altro che indifferente. La sera stessa avevo appuntamento con una ragazza, e avevo pianificato tutto nei minimi dettagli: ristorante, casa mia, e poi giù in cantina, tra mille sorprese. Infine al vecchio inceneritore in periferia.
Invece niente.
L’emozione che da sempre mi accompagnava prima di un omicidio, si era trasformata in nausea. Mi ritrovai perfino a vomitare nel water.
L’idea di ammazzare quella poveretta mi dava il voltastomaco, una sensazione che non mi ha più abbandonato. La sete di sangue era diventata apatia.
Iniziai a sognare le mie vittime urlare vendetta, o peggio, sognavo di chiedere loro perdono.
Col passare delle settimane l’apatia divenne senso di colpa, e infine rimorso. Brutta bestia il rimorso; ti cresce dentro lo stomaco come un tumore maligno, ti avvelena il sangue lentamente, e devi trovare un modo per liberartene se non vuoi impazzire per davvero.
Sono trascorsi ormai cinque anni da quella mattina, e la mia vita è molto cambiata.
Non ho più ucciso, né fatto del male a qualcuno. Sono un cittadino normale come ce ne sono tanti, e la cosa più buffa è che sono rimasto impunito.
Ma andiamo per gradi: voglio partire, appunto, da cinque anni fa.

 

Lasciai trascorrere alcune settimane, ma quando capii che la nausea non se ne andava, iniziai a preoccuparmi sul serio. Il solo pensiero di torcere un capello a una donna mi faceva star male.
Passarono mesi durante i quali mi gettai nel lavoro per non dover ascoltare le voci nella testa, questa volta dettate dal rimorso. Mi sembrava di affogare. Sarebbe bastato costituirsi, ma non avevo il coraggio di presentarmi a un poliziotto e denunciarmi; tuttavia sentivo che sfogarmi con qualcuno avrebbe perlomeno alleviato le mie crisi.
Una sera mi ritrovai steso sul divano, con una bottiglia di vino in mano. Non so perché lo feci: afferrai il telefono e chiamai Carlo, il mio migliore amico.
«Pronto».
«Ciao Carlo, sono io».
«Che c’è?»
«Mi chiedevo cosa stavi facendo. Disturbo?»
«Lascia stare. Sto fumando una sigaretta».
Lui non fumava. «Ho bisogno di parlarti».
«Ti ascolto».
Il silenzio che venne mi fece accapponare la pelle. Presi un bel respiro. «Carlo, io ho fatto…».
«Dimmi, ma in fretta».
«Lasciami almeno cominciare».
«Scusa. Dimmi».
«Ecco, io ho commesso…».
«Degli errori, lo so. Come tutti», sospirò. «Ma mai quanto i miei».
«Che c’entra? Ti sto dicendo che…».
«Mia moglie mi ha lasciato».
Le parole che stavo faticosamente mettendo in fila, morirono in gola. La verità era che Carlo non mi stava affatto ascoltando.
«Come hai detto?»
«Veronica mi ha lasciato».
Restai in silenzio. «Quando è successo?»
«Due minuti prima che chiamassi tu».
Magnifico. «Mi dispiace».
«È tutto quello che sai dire?»
Cercai di mantenere la calma. «Non prendertela con me. Mi dispiace davvero». Mi passai una mano sugli occhi, e alla fine dissi: «Vuoi parlarne?».
E così la telefonata si concluse dopo un’ora e un quarto di monologo, in cui Carlo mi confessò i suoi problemi di coppia. Quando riappesi mi faceva male la testa, e finii per andare a letto.
Nonostante la delusione ero lieto del coraggio che avevo dimostrato, anche se quel coglione aveva mandato tutto in malora. Dovevo solo aspettare che si presentasse di nuovo il momento giusto.
Nel frattempo cercai di tornare padrone della mia vita.

 

Presi a frequentare locali diversi e strinsi qualche amicizia, ma nulla più.
Una notte, mentre rincasavo da una festa, mi assalì un senso di malinconia e d’improvviso mi sentii triste. Incolpai i troppi bicchieri bevuti, ma non tardai a riconoscere una delle mie crisi. Accelerai il passo, e mi ritrovai lungo il marciapiede. Superai un barbone senza degnarlo di uno sguardo, finché non sentii scattare un interruttore nella testa.
Mi fermai, e mi voltai verso l’uomo seduto a terra. Sarebbe andato bene anche lui. Aveva occhi piccoli e naso grande, la bocca affogata in ciuffi di barba color paglia. Il tipo mi guardò, speranzoso.
«Ho ucciso delle donne». Le parole mi uscirono come un colpo di fucile. «Ho fatto loro cose orribili, prima di finirle. Hanno sofferto molto per colpa mia».
Il barbone si sistemò meglio e aggrottò le sopracciglia senza dire nulla.
«Sono un mostro».
«Oh», gli sfuggì.
Il modo tranquillo con cui mi guardava non mi convinceva. «Come ti chiami?»
«E chi lo ricorda più». Tossì. «Il mio nome è affogato dentro una bottiglia, ma se ti fa piacere puoi chiamarmi come tutti da queste parti: Puzzola». Temporeggiò, poi riprese mostrando denti marci. «Non vuoi dirmi altro?»
«Be’», risposi impacciato. «Io credevo che… Cioè, hai capito quello che ho detto?»
«Ho capito». Annuì. «Sei un mostro. Uno che ha fatto fuori un sacco di donne, e chissà cos’altro gli frulla per la testa. Un povero infelice che vede gli omini verdi nelle strade, e magari gli chiede pure un passaggio».
«Ehi, un momento io non ho detto che…».
«Un disperato che uccide donne di strada, per liberarsi dal ricordo di una madre prostituta».
«Ma come ti permetti? Mia madre era la donna più…».
«Uno scarto della società che aspetta di raschiare il fondo».
«Adesso stai esagerando!».
«Ma finalmente sei arrivato qui». L’uomo allungò le mani a stringere le mie. «Il tuo viaggio è finito. Puzzola è qui. Puzzola ti ascolta, ti vuole bene».
Per la seconda volta: magnifico.
«Puzzola ha le risposte ai tuoi problemi».
«E  sarebbero?», chiesi sprezzante.
Lui indicò le bottiglie vuote sparse intorno al lurido giaciglio. «L’alcool ti ucciderà. Se smetti, ti salverai. Questo è il consiglio di Puzzola».
La mia vita si stava trasformando in una barzelletta, ma per fortuna c’era Puzzola che mi consigliava. Puzzola, che sollevava il piattino degli spiccioli e me lo agitava sotto il naso.
«Adesso che Puzzola ti ha aiutato, tu devi aiutare Puzzola».
Avevo solo voglia di andarmene. Mi frugai in tasca, e gli lasciai cadere qualche moneta.
«Buonanotte».
«Buonanotte, e che Dio ti benedica».
Che Dio mi benedica.
Mi venne quasi da ridere.

 

A casa mi addormentai subito, e per la prima volta non sognai.
Il mattino dopo ero fresco e riposato, e mi sentivo incredibilmente euforico. Non so come, ma il ricordo di quell’assurdo barbone mi aveva trasmesso la consapevolezza di averci provato, ed esserci riuscito. Anche se avevo beccato un mezzo matto, ero stato capace di tirare fuori i miei demoni, e poco importava se ero passato per alcolizzato. Il primo passo era stato fatto. Un principiante che si preparava alla maratona, cominciava sempre con pochi chilometri.
Sì, non posso negare di essermi sentito felice.
Trascorsero alcuni giorni di vita normale: casa, lavoro, rare cene con gli amici, poche frequentazioni femminili. Qualche settimana di tranquillità, prima della nuova burrasca.
Un piovoso mattino di gennaio venni assalito di nuovo dai tormenti.
Ero nel solito bar, e stavo ordinando brioche e caffè come sempre. Il batticuore mi obbligò a sedere a un tavolo. Mentre cercavo di recuperare il controllo, vidi entrare Sofia con aria sbarazzina. Ci eravamo conosciuti a una festa, e da qualche settimana avevamo preso a incontrarci per colazione. Si sedè di fronte a me e sfilò la borsetta.
«Ciao», disse. «Hai già ordinato, vedo».
Mi finsi tranquillo, ma fu uno sforzo enorme. «Sono arrivato da pochi minuti».
«Potevi aspettarmi», mi colpì sulla spalla. «Antipatico».
Ordinò un cappuccino.
In quel momento non vedevo i clienti del bar, ma i cadaveri. I miei cadaveri. Sedevano gocciolanti ai tavoli, e mi fissavano con orbite vuote. Ogni cicatrice, ogni sfregio o slabbratura era un’accusa che gridava vendetta.
Sofia mi guardò perplessa. «A  cosa stai pensando?»
Carne morta, sangue, frattaglie. «Mutilazioni», sussurrai con occhi sbarrati.
«Oh, bello», rispose. «E per cosa?»
Tornai in me. La fissai intenta a zuccherare il cappuccino. «Come sarebbe per cosa?»
Lo sorseggiò senza fretta. «Hai detto motivazioni. Motivazioni per cosa, scusa?».
Mi sentii svuotato. Abbassai gli occhi sulla tazzina, e mi sembrò di cadere nel caffè nero, più nero della mia anima.
«Ecco», farfugliai, «mi chiedevo qual è il motivo che mi spinge a venire in questo bar, visto che il caffè fa schifo».
Sofia mi carezzò la gamba con il piede. «Forse il motivo non è il caffè».
Terminammo la mattina nel mio letto, tra lenzuola e vestiti sparpagliati a terra.
Era da tanto che non mi capitava una situazione come quella, e devo ammettere che Sofia seppe restituirmi un po’ di armonia. Quando finimmo di fare l’amore si rivestì, fece una chiamata e scomparve, lasciandomi lì come un cretino.
Da quel giorno non l’ho più rivista. Niente bar, niente colazioni. Devo essere stato una frana, o un piccolo sfizio che si era voluta concedere. Sta di fatto che il mio problema continuava a martoriarmi il cervello e non darmi tregua.
Era come se il mondo non mi ascoltasse, non mi vedesse, e questo aumentava la mia angoscia.
La mia solitudine.

 

Passarono altri mesi duranti i quali le crisi divennero più frequenti, e un bel giorno mi trovai in una stazione della metropolitana ad aspettare il treno. Avevo un appuntamento di lavoro molto importante.
Ero concentrato su quel pensiero quando, tra le decine di facce, eccone spuntare una in particolare: Stefano, un vecchio amico che non vedevo da anni.
Mi feci strada tra la folla e lo raggiunsi. Per un attimo caddi nella spirale dei ricordi. Ci abbracciammo forte.
«Per la miseria, Stefano, sono secoli che non ti vedo!».
«Come stai, vecchio mio?»
«Non mi lamento. Ti ricordavo un metallaro con chiodo e basettoni, e ti ritrovo in giacca e cravatta!».
«Lascia stare. Come chitarrista non valevo granché, ma con i calcoli sono sempre stato in gamba».
Parlammo qualche minuto. Lo trovavo cambiato, e anche lui doveva aver pensato la stessa cosa di me. Si occupava di finanza, ed era in città per affari. Guardai i tabelloni della metro. Il mio treno era in ritardo mentre il suo, mi disse, stava arrivando.
«Be’, abbiamo poco tempo», tagliò corto. «Dimmi tu, cos’hai combinato in questi anni?». Mi allungò una gomitata. «Lo sai cosa intendo!».
Certo che lo sapevo: donne.
Feci per rispondere, quando mi sentii pronto a rivelargli ogni cosa.
«Allora?», mi spronò. «Che hai fatto di bello?»
«Vuoi sapere cos’ho fatto in tutti questi anni, Stefano?»
La stazione venne invasa dal boato del treno in arrivo. I fari perforarono le tenebre della galleria come occhi di un gatto nella notte. Trattenni l’aria nei polmoni, prima di parlare.
«Ho ammazzato un sacco di gente».
Stefano si portò la destra all’orecchio. C’era troppo rumore. Il treno arrivava sferragliando.
«Ho detto che ho ammazzato un sacco di gente!», gridai.
Mi gesticolò di ripetere. Unii le mani e urlai con tutta la forza che avevo.
«HO AMMAZZATO UN SACCO DI GENTE!».
Finalmente alzò il pollice, fissando il treno che si fermava. Restai immobile a guardarlo, aspettando una reazione, ma lui puntava le carrozze. Il rumore si affievolì fino a cessare. Stefano si voltò con un sorriso.
«Se ti intendi di botanica, allora abbiamo un altro buon motivo per frequentarci ancora», mi spiazzò.
«Botanica?»
«Certo. Hai annaffiato un sacco di piante, giusto? Tutto mi aspettavo da te, tranne che il pollice verde, amico mio!».
Ho annaffiato un sacco di piante? Ho annaffiato un sacco di piante?
Adesso era Stefano a guardarmi, aspettandosi qualcosa da me.
«In realtà», improvvisai, «ho una piccola serra fuori città».
«Una serra? Ma è magnifico!». Stefano sembrava radioso. «Ho comprato casa da poco, e ho un pezzo di terreno che voglio trasformare in un delizioso giardinetto, solo che non so da dove cominciare. Mi aiuterai?».
Avrei voluto morire. Tutto, tranne le piante.
«Certo», mentii. «Solo che ultimamente ho molti impegni».
«Fa niente. Ci vediamo un fine settimana. Vieni da me e passiamo un po’ di tempo insieme, mentre mi consigli un po’ di fiori». Si schiarì la voce. «Mia madre mi ha regalato un’ortensia, ma non ho idea di dove tenerla. È una pianta da interno o esterno, scusa?»
«D-da interno», buttai là.
«Da interno! Grazie vecchio mio, ti chiamo poi, e ci mettiamo d’accordo».
Lo vidi scomparire tra la folla, e ricomparire dentro una carrozza. Mi rivolse l’ultimo saluto.
In quel momento capii che in mezzo a quelle persone ero solo, nient’altro che un’ombra proiettata sul pavimento e calpestata da suole frettolose. Mi voltai verso un uomo in piedi, accanto a me, che sfogliava il giornale.
«Mi ascolti. Io sono un pazzo criminale».
Lui si girò a guardarmi. «Non sarà peggio di quelli al Governo». Poi tornò a leggere.
Mi allontanai in preda a una forte agitazione. Mi feci strada tra la calca, mentre sentivo mancare il respiro. Un tipo massiccio mi passò accanto, sfiorandomi in modo leggero. Si voltò per scusarsi, e io lo afferrai per un braccio. «Ho ammazzato delle donne! Dovete fermarmi!».
Il tipo mi lanciò un’occhiata distratta, prima di svincolarsi dalla presa. «Se sono ancora in tempo le lascio l’indirizzo della mia ex, che dice?», e scomparve.
Mi sembrava di impazzire.
Possibile che nessuno, nessuno mi stesse ad ascoltare? Portai le mani alle orecchie, serrai le palpebre, e urlai con tutta l’aria che avevo nei polmoni.
«C’È QUALCUNO CHE VUOLE STARMI A SENTIRE, MALEDETTI? LO VOLETE CAPIRE CHE HO AMMAZZATO UN SACCO DI GENTE?».
Il brusio cessò di colpo. Finalmente.
Intorno a me era calato un silenzio spietato che immaginavo accompagnato da decine di sguardi gelidi, puntati addosso. Contai fino a tre, poi riaprii gli occhi.
La stazione era deserta.
La folla che mi aveva circondato fino a pochi istanti prima era scomparsa. Tutta quella gente che mi urtava, spingeva, fumava addosso, era sparita, risucchiata nel caos della vita quotidiana e negli impegni di tutti i giorni. Il convoglio era ripartito portandosi via tutto e tutti, tranne me. Ero rimasto solo.
O quasi.
Un colpo di tosse alle mie spalle. Mi voltai di scatto.
Il barbone se ne stava seduto contro il muro e mi scrutava come un padre osserva il figlio ritrovato. Gli occhi piccoli erano gli stessi, e la barba color paglia solo più folta e unta.
L’uomo annuì con dolcezza, e mi sorrise. «Non ti preoccupare. Ci sono io, vedi? Puzzola ti vuole bene, e nel momento del bisogno è sempre accanto a te, e ti dà il suo consiglio». Alzò l’indice. «Smettila con le schifezze chimiche, o morirai. Questo è il consiglio di Puzzola». Mi fissò severo. «Ora, visto che Puzzola ha aiutato te, tu devi aiutare Puzzola», e allungò il piattino verso di me.
Gli lasciai scivolare per la seconda volta qualche moneta.
«Grazie», rispose con un sorriso.
«Prego, ma non dirmi che…».
«E che Dio ti benedica».
«Appunto», e me ne andai.

 

Dopo quell’ennesimo episodio in metropolitana, presi una decisione.
Se la gente non voleva ascoltarmi guardandomi negli occhi, l’avrebbe fatto per telefono, e non gente qualunque: avrei chiamato la polizia, e confessato i miei delitti. A quel punto sarebbero stati costretti a starmi ad ascoltare.
Pianificai tutto nei dettagli, cercai di recuperare una calma che non credevo di possedere, e una mattina misi in atto il mio piano, dopo una lunga e sana dormita.
Composi il numero; avevo ripassato la scaletta degli omicidi più di una volta, e non potevo sbagliare.
Al terzo squillo una voce maschile mi annunciò di essere in linea. Dopo un doveroso buongiorno, passai al piatto forte.
«Devo confessare degli omicidi».
Seguì un istante di silenzio. «Omicidi?»
«Omicidi, ha capito bene. Sono un pluriomicida, e voglio confessare tutto oggi. Mi faccia parlare con qualcuno che conta».
Incertezza all’altro capo dell’apparecchio. «Un attimo».
Ci fu un Click accompagnato da qualche nota, e dopo una manciata di secondi la voce di un uomo.
«Ispettore Landi. Parli pure con me».
«Buongiorno».
«Buongiorno. Ha detto che vuole confessare degli omicidi?»
Tirai un sospiro di sollievo. «Esatto. Non ce la faccio più a vivere così».
«Innanzitutto mi dia le sue generalità».
Seguirono poche domande, alle quali risposi in maniera automatica.
«Adesso mi racconti dal principio. Innanzitutto quale omicidio vorrebbe confessare?»
Dovevo iniziare con un nome ben preciso.
«Si chiamava Consuelo Alvarez, era una prostituta».
L’avevo uccisa proprio in città, quindi il suo caso era registrato negli archivi. Inoltre mi ero accanito su di lei in modo brutale.
«Consuelo Alvarez, ha detto?», ripeté Landi.
«Esatto. Una sera sono stato nel suo appartamento».
La voce all’altro capo del telefono tacque un istante. «Ricordo il caso della Alvarez, l’ho seguito io. È successo più di dieci anni fa, se non sbaglio».
Erano undici, ma non glielo dissi.
«Esatto», ribattei. «Così sappiamo perfettamente di cosa stiamo parlando».
«E sentiamo», continuò, «come si sono svolti i fatti, secondo lei? Guardi che ho una memoria di ferro».
Mi schiarii la voce. «Mi portò nel suo appartamento. Le dissi che pagavo per tutta la notte. Facemmo sesso, e lei acconsentì a tutto ciò che chiesi. Quando si addormentò, mi misi all’opera. La ammanettai mani e piedi al letto, e poi…».
«So bene quello che le è stato fatto», mi interruppe brusco. «Me lo sogno ancora qualche volta, sa?»
«Mi spiace».
«Ma quello che lei non sa, è che il caso Alvarez è stato chiuso pochi mesi dopo la morte della donna».
Le parole si bloccarono in gola. «Be’, io sono qui per dirle che il colpevole sono…».
«Chiuso e risolto», precisò l’ispettore. «Esattamente dal sottoscritto».
Cercai di recuperare una calma che sentivo sfuggire.
«Dev’esserci un errore. Le assicuro che la Alvarez l’ho ammazzata io».
«Sta insinuando che avrei sbagliato le indagini?»
«Non voglio insinuare niente, ma le assicuro che quella donna l’ho uccisa io, e il caso non è ancora chiuso!». Mi massaggiai in mezzo agi occhi. «Dopo averla ammanettata l’ho vivisezionata, ispettore».
«Le ho già detto che conosco fin troppo bene i dettagli».
Strinsi la cornetta. «Vogliamo parlare di dettagli, allora?», lo incalzai. «D’accordo. Le fornirò un dettaglio che solo l’assassino poteva conoscere».
Di nuovo silenzio, poi la sua voce tornò in tono di sfida. «Sentiamo».
«Prima di ucciderla, le ho inciso una parola nella carne, con un coltello».
Non ricordo perché lo feci, forse per lasciare tracce inesistenti. Il detective continuò a restare in ascolto senza dire niente.
«L’ho incisa all’interno della coscia destra», dissi, pensando di essermi garantito un netto vantaggio. «E la parola era inferno, ispettore. È corretto?»
Landi ci mise un po’ prima di rispondere. «Un giornale scandalistico della zona era venuto a conoscenza del dettaglio, e l’aveva pubblicato. Fu denunciato per intralcio alle indagini. Che ne dice?»
Iniziai a perdere la pazienza. «Insomma ispettore, le sto dicendo che sono un assassino! Vuole arrestarmi, sì o no?»
«Si calmi», rispose. Seguì il rumore di un accendino che scattava. «Comunque ha ragione, la parola era quella. Per fortuna, visto che ci ha condotti dritti al colpevole».
Aggrottai le sopracciglia. «Che intende dire?»
«Che Consuelo Alvarez è stata ammazzata da tale Rosario Fragale, se ricordo bene, magnaccia della zona, e suo protettore. Un tipo losco e poco raccomandabile».
«E cosa c’entra questo con…».
«Rosario Fragale detto Inferno, appunto, per via del brutto carattere e dell’inclinazione alla violenza. Uno così ci metteva poco a mandarti all’ospedale solo perché l’avevi guardato storto. Le donne della sua scuderia lo temevano come l’inferno, tanto per capirci».
Non potevo crederci. Quindi non solo il mio omicidio era diventato quello di un altro, ma il colpevole l’avevo creato io senza saperlo. L’ispettore proseguì.
«La Alvarez era il suo pezzo forte, e più di una volta aveva confidato alle altre di voler tornare al suo paese. Il giorno in cui è morta aveva appena rubato cinquantamila euro dalle casse di Fragale, e aveva un volo prenotato per l’indomani. Inferno la beccò la sera stessa, e le fece quel bel lavoretto. Doveva servire da monito alle altre, per questo lasciò la sua firma».
«Io non…», balbettai. «Dovete scagionarlo! Anche se era un farabutto, quella donna l’ho uccisa io! Dovete tirarlo fuori di prigione!».
«Impossibile, l’hanno accoltellato. È morto da tempo».
«Ma voi dovete, potete…».
«Fine della storia».
Non mi diedi per vinto. Passai al secondo nome.
«Visto che lei è in servizio da così tanti anni ispettore, ricorderà anche il caso di Beatrice Fusi».
Landi ammutolì. «Certo. Anche lei è stata una… mia cliente, per così dire».
Perfetto. Potevo ancora giocarmi una buona carta.
«Perché?», mi spronò. «Non vorrà dirmi che ha ucciso anche lei».
«Mi stia ad ascoltare: l’avevo conosciuta in un bar, e avevamo preso a frequentarci. Lei era sposata, ma non andava d’accordo col marito. L’ho uccisa in casa sua, una mattina, dopo aver fatto l’amore. Suo marito era via per lavoro. L’ho uccisa in camera da letto, e poi l’ho decapitata. E la testa l’ho ficcata…».
«In lavatrice», mi anticipò. «Ricordo anche questo. Gliel’ho detto, ho una memoria di ferro». Sghignazzò. «Certo che lei dev’essere proprio un appassionato di cronaca nera».
Io la cronaca nera non la leggevo, la facevo. Cretino.
«Bene», dissi. «E di questo che ne pensa?»
Fischiettò. «Che oggi è la mia giornata fortunata: ho in linea l’assassino di due dei casi più efferati della città».
Adesso fui io a restare in silenzio. L’ispettore continuò.
«Peccato si tratti di casi risolti».
Mi sentii afflosciare come un lenzuolo sul pavimento. «Non vorrà farmi credere che avete beccato anche l’assassino della Fusi, vero?»
«Abbassi il tono».
«Mi scusi». Mi tremava la voce. «Dunque?»
«Dunque anche stavolta è arrivato secondo».
Era impossibile. Deglutii. «Cioè?»
«Cioè non può aver ucciso lei la Fusi, perché a farlo fu qualcun altro, e mi perdoni se stavolta ricordo solo il cognome: Ermanni. Il nome mi sfugge».
Ero aggrappato alla poltrona come uno spettatore al cinema. «Finisca la storia».
«Certo, anche perché ho altri impegni». L’ispettore aveva perso ogni interesse in me. «Ermanni lavorava nella lavanderia in cui la Fusi si serviva abitualmente. I due si erano conosciuti là, ed erano divenuti amanti da pochi mesi. Quello che lui ignorava di lei, è che fosse sposata. Quello che lei ignorava di lui, è che fosse una persona con problemi psichici».
Ascoltavo quelle parole come provenire da una galassia lontana.
«Quando lei disse basta», proseguì Landi, «Ermanni non la prese bene. Iniziò a tormentarla, poi sparì nel nulla, almeno fino a quella mattina. Chiese al principale di potersi occupare della consegna a domicilio dei capi della donna. Il resto è noto: Ermanni chiamò la polizia denunciando la scoperto del corpo. I giornali si gettarono a capofitto sul caso, e non ci volle molto per arrivare alla loro relazione. Il resto fu pura matematica: un delitto passionale. Indicativo anche il gesto della testa in lavatrice, considerando che si erano conosciuti in lavanderia».
Mi veniva da vomitare.
«Soddisfatto ora?», domandò l’ispettore.
Mi girava la testa.
«Il gatto le ha mangiato la lingua?», mi sfotté.
«No, è che…», balbettai, «non credo di sentirmi troppo bene».
«Oh, questo è sicuro, amico mio. Lei non sta bene».
Mi asciugai il sudore dalla fronte. Anche la camicia era fradicia. Landi riprese: «C’è l’omicidio di Kennedy, Lennon, Aldo Moro. Ce ne sono tanti. La prossima volta punti più in alto. Magari avrà difficoltà a far coincidere la sua età con l’epoca dei fatti, ma non si abbatta: i marmocchi serial killer scarseggiano nella storia del crimine».
Non sapevo più che dire. «Non sono proprio riuscito a convincerla, vero?»
«Al contrario. Mi ha convinto che il buon vecchio ispettore Ferretti aveva ragione quando riteneva il mondo invaso dai mitomani. Buongiorno».
E riagganciò.

 

Non so quanto restai là, seduto in poltrona, con il telefono in mano e i pensieri che vagavano fuori dai confini dell’universo.
Quando mi alzai era l’ora di pranzo, ma non toccai cibo.
La mia mente stava per esplodere. Non mi ero mai chiesto perché fossi rimasto impunito fino allora, ma quell’idiota di ispettore mi aveva fornito la risposte. Ogni mio gesto era servito a incolpare qualcun altro, senza che io l’avessi voluto.
Quando mi scossi dal torpore, sul finire della sera di quella stupida giornata, mi balenò in testa un’idea. L’ultima idea. Non ce ne sarebbero state altre: avrei scritto una confessione dettagliata, fin nei minimi particolari, e l’avrei spedita alla polizia. A quel punto avrebbero dovuto rivalutare tutto quanto, di fronte a pagine piene di nomi, cognomi, luoghi e fatti.
Mi misi all’opera subito, e scrissi per quasi tutta la notte. Sentivo che quella era la strada giusta, l’ultima che potevo permettermi. Se fosse finita nel baratro, allora avrei trovato il coraggio di terminare la mia vita una volta per tutte.
Scrissi per giorni, settimane, leggendo e rileggendo, correggendo e modificando.
Tanto era il tempo dedicato alla scrittura, quanto quello dedicato a riunire il puzzle dei ricordi per concretizzarli in frasi, parole, da inchiodare sulla pagina. Ci vollero sei mesi prima che nomi, luoghi e azioni fossero al posto giusto.
Una mattina d’estate rilessi per l’ultima volta la confessione, e fu come rivedere la vita trascorsa. Non avevo tralasciato niente. In quelle trecento pagine avevo spremuto le ultime energie, e di me non restava granché. Chiusi tutto in una busta, scrissi l’indirizzo della stazione di polizia, e consegnai il pacco in mano al postino, il giorno dopo.
E aspettai.
Per giorni interi aspettai una sirena in lontananza che si avvicinava sempre di più.
Per settimane aspettai una squadra di poliziotti armati fuori dalla porta.
Per mesi aspettai, a quel punto, anche una sola, misera telefonata del buon vecchio ispettore Landi, magari per sfottermi sugli omicidi di cui volevo essere incolpato.
Alla fine una telefonata arrivò per davvero, ma non del genere che avevo previsto.

 

A chiamarmi fu la segreteria di una famosa casa editrice, che mi invitava a un appuntamento con il direttore.
Pensai avessero sbagliato numero, ma capii presto che non era così.
Volevano proprio me.
La ragazza mi annunciò che il direttore sarebbe stato lieto di ricevermi l’indomani, alle quattro. Accettai, anche solo per la curiosità di capire cosa stava succedendo.
Il giorno successivo non presi neppure la briga di vestirmi bene, convinto di trovarmi di fronte a un equivoco. Fui puntuale. Alle sedici in punto mi presentai nella hall della casa editrice, e mi annunciai. La segretaria sorrise, e mi accompagnò nell’ufficio del gran capo. La stanza era ampia quasi quanto un piccolo appartamento, e arredata con mobili antichi e costosi. Il direttore sedeva dietro una scrivania enorme. Quando si mosse per ricevermi, l’elegante sedia rumoreggiò sul parquet. Si respirava un odore strano, un miscuglio di aromi di incenso.
Il direttore mi invitò a sedere. Aprì un cassetto, e poggiò sul tavolo qualcosa che fece scivolare sotto i miei occhi, qualcosa che conoscevo fin troppo bene.
La mia confessione.
Che ci faceva in una casa editrice? Io l’avevo spedita alla polizia…
Mentre osservavo quella mano ben curata carezzare i miei scritti, fui invaso da un disagio difficile da descrivere, e per un attimo mi fu tutto chiaro.
Maledettamente chiaro.
Mi trovavo in Via della Pace al numero sei. Se avessi proseguito per un centinaio di metri, solo ora me ne rendevo conto, sull’altro lato della strada e precisamente al numero nove, avrei trovato… la questura. Quella a cui avevo affidato il mio destino sottoforma di pacco postale. Quell’idiota di postino doveva aver confuso l’indirizzo, e adesso mi trovavo là, davanti al direttore per… Per cosa?
«La sua opera è straordinaria», disse. «Non trovo altre parole per descriverla».
Ormai ero abituato a fingermi chi non ero, così fu un gioco da ragazzi vestire anche i panni dello scrittore esordiente. Al diavolo tutto, pensai.
«Dice davvero?», domandai fingendo entusiasmo.
«Sono serissimo», rispose sereno l’uomo. «Non ho mai letto qualcosa come quello che ci ha proposto lei: la storia semplice ma spietata di un serial killer che si confessa a un lettore immaginario, come una proiezione della sua personalità malata. Geniale». Unì le mani sul tavolo. «Ciò che rende più soffocante, è che alla fine non c’è un motivo per cui il protagonista uccide. Lo fa e basta. C’è chi è bravo nei calcoli, chi in cucina, e c’è chi è bravo ad ammazzare la gente».
Annuii, restando in silenzio.
«Francamente la sua storia sembra una confessione, me lo lasci dire», riprese. «Normalmente i miei editor non leggono testi pervenuti senza uno straccio di presentazione, ma lei ha avuto fortuna».
Continuavo a restare zitto e, credetemi, a quel punto avrei potuto prendere la palla al balzo e vuotare il sacco per la milionesima volta, ma non ne avevo più voglia. Che la gente credesse un po’ quel che le pareva.
«Per non parlare del modo in cui ha descritto i delitti». Il direttore si leccò le labbra. «Nonostante ce ne siano di raccapriccianti, li fa sembrare opere d’arte. Ogni colpo inferto è la pennellata di un pittore sulla tela. Qualcosa di artistico, unico nel suo genere».
Ogni tanto annuivo in modo meccanico. Il direttore sembrava non fermarsi più.
«Quello che più mi ha colpito», continuò dopo una breve pausa, «non sono le scene di violenza e sangue, quanto lo stile della scrittura: asciutto, freddo, privo di colori. Sembra davvero di trovarsi nella testa del killer, il che fa nascere una domanda sacrosanta: è davvero tutta finzione?».
Sorrisi, senza dire niente. Il mondo voleva mettermi alla prova un’altra volta, ma non ci sarei cascato. Mi limitai a guardarlo dritto negli occhi.
«È davvero tutto frutto dell’immaginazione?», chiese di nuovo. «Perché in questo caso l’autore dev’essere semplicemente un genio».
Mi schiarii la voce, e mi allungai verso di lui. «Venga al dunque».
Si ricompose, e fece comparire un foglio già compilato. Poggiò una stilografica accanto, e tornò a fissarmi.
«A questo contratto, manca solo la sua firma».
Feci scorrere quel foglio verso di me, e lo lessi.

 

Da quel giorno nell’ufficio del direttore, la mia vita è cambiata in modo profondo.
Ho fatto pace con i miei demoni, e non ho più avuto crisi.
Vivo in una villa in riva al mare, ho due piscine, una dependance per la servitù, una Ferrari e una Porsche. La Lamborghini l’ho data in prestito al mio agente. La donna che amo ha trent’anni meno di me, e gira il mondo nelle passerelle di moda dei più grandi stilisti del momento.
Tornando a noi: il libro uscì otto mesi dopo la firma del contratto. Le vendite furono una valanga, tanto che l’editore fu costretto a ristampe lampo una dopo l’altra. Nel giro di un anno fu tradotto in tutto il mondo. Finì tra i best seller prima ancora che me ne fossi reso conto.
Il direttore mi chiamava, euforico, ripetendo che non si sarebbe mai aspettato un successo di quella portata.
Iniziarono a fioccare gli assegni.
Due anni dopo l’uscita della prima edizione, la mia opera fu riproposta in versione deluxe, con copertina nuova e piccole modifiche, come l’inserimento di tavole a fumetti tra le pagine, a illustrare i crimini più efferati.
Di nuovo fu un boom.
Nacquero blog e forum di discussioni, in cui i fan scambiavano idee e opinioni. Come insolita strategia commerciale l’editore aveva scelto di lasciarmi nell’ombra, così da fomentare il giusto interesse verso di me, e ciò che scrivevo. L’autore che tutti volevano conoscere, restava un mistero.
Che ci crediate o no, non ho mai fatto un’apparizione in pubblico, solo un’intervista radiofonica che a suo tempo fece il pieno di ascolti. Non ne ero ancora pienamente consapevole, ma ero divenuto una celebrità. Tutti si chiedevano chi fossi, dove vivessi.
L’anno scorso, con mia grande sorpresa, l’editore ha espresso l’idea di una nuova ristampa del libro, date le richieste ancora molto alte.
Ed eccola qui.
Chi di voi sta leggendo queste pagine vuol dire che il libro ce l’ha tra le mani, e sta per conoscere di cosa sono stato capace nella vita passata.
Troverete questa volta, oltre ai fumetti, l’intervento critico di un noto psichiatra interpellato sul fenomeno dei serial killer, e una nota dell’autore, che state appunto terminando di leggere.
Quando il direttore mi telefonò per avvertirmi che ci sarebbe stata un’altra ristampa, lo obbligai a concedermi qualche pagina per parlare al mio pubblico, per rompere il muro del silenzio, per dimostrare che in fondo io esisto davvero, e non sono una leggenda o un’invenzione commerciale.
Così, eccomi qua.
Non so cosa vi abbia spinto ad acquistare questo libro: forse la curiosità, il gossip, il passaparola. Non so cosa abbiate pensato leggendo la storia che ho appena raccontato sulla mia trasformazione da killer a scrittore di best seller.
Non so chi crediate davvero che io sia, se una bufala inventata dai giornali, o il mostro che ho descritto, ma qualunque cosa voi pensiate, vi avverto: ciò che leggerete, sarà tutt’altro che una passeggiata.
Nel poco spazio che l’editore mi ha concesso, ho cercato di raccontarvi come si sono svolti veramente i fatti, prima di arrivare alla pubblicazione di un libro che tutto doveva essere, tranne che un’opera letteraria.
È la mia ultima speranza di redenzione.
Molti di voi immagino sorrideranno, pensando a un buona strategia di marketing per rapire il lettore fin dall’inizio, ma vi prego di credermi: è vero. È tutto vero. Ho ammazzato donne per trent’anni, e adesso in qualche modo mi trovo nel posto sbagliato, ma non posso farci più nulla.
Siete gli unici che possono rendere giustizia alle mie povere vittime.
Nella confessione originale avevo descritto nomi e luoghi, ma nel libro l’editore ha stravolto tutto, tranne i fatti sostanziali, però mi sento lo stesso di lanciare un appello: chi di voi riconoscerà tra le vittime una madre, un’amica, una moglie, una vicina scomparsa, non esiti a chiamare la polizia.
Che altro potrei raccontarvi, prima di concludere? Di stranezze ne troverete tante, insieme a orribili delitti che mai avreste immaginato.
Potrei raccontarvi qualche particolare interessante, ma non so se ne valga la pena.
Potrei aggiungere che quando varcai la soglia dell’ufficio del direttore la prima volta, fui avvolto da uno strano odore che all’inizio avevo identificato come incenso, ma che più tardi riconobbi come zolfo.
Potrei dirvi che quando il direttore si mosse per venire ad accogliermi, la sua sedia rumoreggiò sul pavimento, ma io avrei giurato di riconoscere un rumore di zoccoli.
Potrei dirvi infine che quando vidi in faccia il direttore per la prima volta, mi sembrò una persona conosciuta, anche se sulle prime non ne fui consapevole. Poi però fu impossibile ignorare la somiglianza con qualcuno che avevo già incontrato, e che semplicemente non poteva essere lì: occhi piccoli, naso grande, una barbetta molto curata stavolta, ma sempre color paglia (il direttore ha riso quando ha letto queste righe).
Ma questa è un’altra storia. Adesso basta con le chiacchiere.
Vi lascio andare, ma non temete: ci ritroveremo nel primo capitolo, e fino all’ultima pagina. Alla fine non ne potrete più di me.
E ricordatevi che la cosa peggiore non sarà spaventarvi per quello che leggerete.
La cosa peggiore è che l’editore, da qualche settimana, mi ha chiesto di scrivere un seguito.
Buona lettura.

 

 

di Filippo Semplici.

2 pensieri riguardo “BEST SELLER

  1. Bravo, molto bello. La narrazione è scorrevole. Lo stile, volutamente semplice, rende la lettura particolarmente coinvolgente. L’ unico “neo” se così posso dire è la mancanza di una maggiore introspezione dell’ io narrante. In altre parole, io avrei tentato di dare maggiore spessore psicologico al personaggio che non riesce a dare una più chiara e dettagliata spiegazione delle sue ossessioni. Non intendo certo razionalizzare certi comportamenti, ma senz’ altro una più definita identificazione dei cosiddetti “demoni” – anche se irrazionale – avrebbe dato più realismo al personaggio.
    Naturalmente, con tutto il rispetto per tuo lavoro, si tratta di una mia valutazione strettamente personale, e comunque ritengo che questa piccola mancanza, non comprometta il valore del racconto. Complimenti!

    1. Grazie Domenico per il tuo commento, e sopratutto per aver dedicato un po’ di tempo a leggere questo racconto. La tua analisi è chiara e condivisibile. In mia discolpa posso solo aggiungere che quando lo scrissi dovevo rispettare un certo numero di battute, e condensare tutta la storia in poche pagine ha preteso qualche sacrificio. Felice comunque che tu lo abbia apprezzato 😊.

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