GOOGLE EARTH

Google Earth

 

 

Questo breve racconto fu pubblicato per la prima volta nel 2012 sulla rivista “Inchiostro”.
Un thriller visionario che resta tutt’oggi uno dei miei preferiti.
Buona lettura. 

 

 

Mi siedo alla scrivania di camera.
Sono confuso, frastornato, come dopo una brutta sbronza. Tento di ricordare qualcosa, ma al momento sembra impossibile, ho come nebbia nel cervello. Sfioro la fronte con le dita: scotto.
No invece, sto bene, ma allora perché mi sento così inquieto e fuori luogo? Non lo so ma passerà, come ogni volta che alzo troppo il gomito.
Ma ho davvero bevuto, poi?
Tutto è in ordine intorno a me, ogni cosa al suo posto. A scuotermi arriva il brontolio dello stomaco, e mi rendo conto che è quasi ora di cena. Finalmente una certezza. Alzo il telefono in modo meccanico e chiamo una pizzeria che conosco, ma appena sento rispondere riappendo, senza un perché.
Il Mac mi osserva silenzioso in mezzo a scartoffie e appunti. Lo accendo con un colpetto delle dita.
Fuori piove, e il cielo è di un nero profondo. Forse è per questo che sono così depresso; percepisco quasi il colore delle nubi colare a imbrattare il mio stato d’animo. Colpa dell’autunno, o più facilmente di Giada, delle nostre incomprensioni, dei nostri inutili litigi. Vorrei chiamarla, ma non so se faccio bene. Ci siamo visti dopo pranzo, e ora che ci penso… abbiamo appuntamento stasera? Cazzo, non riesco a ricordare. Ho un cerchio alla testa che sembra comprimere i pensieri.
Probabilmente mi starà già aspettando davanti alla porta di casa, sbuffando con la borsetta stretta al petto.
I colori del desktop mi sottraggono alle domande. Mi collego a internet, e Giada sparisce dalla mente. Navigo a caso, non so nemmeno cosa cercare, ma ormai ho imparato: se sei alla ricerca di qualcosa e non sai cosa, alla fine sarà qualcosa a trovare te.
Esploro YouTube, faccio un salto sul mio blog e lo aggiorno. Ci sono messaggi che qualcuno ha scritto, ai quali rispondo con commenti brevi. Ecco, si è aperto un banner. No, è un link: il titolo lampeggiante dice Provate il NUOVO Google Earth. Non me lo faccio ripetere due volte. Inizio il download, e venti secondi dopo l’icona blu lampeggia in mezzo alle altre. Avvio il programma, che in tutta franchezza a una prima occhiata mi sembra il solito di sempre.
Sai che novità.
Digito Londra sul motore di ricerca, un posto a caso. L’occhio di Google salta l’emisfero da un punto all’altro e atterra sopra la città, come una navicella in ricognizione. Resto immobile ad ammirarla; è bellissima, piena di luci e colori, ma non sembra una foto aerea, niente a che vedere con vecchie mappe topografiche scannerizzate.
Tutt’altro.
Le macchine sfrecciano, la gente cammina per strada. Non ci posso credere, non voglio pensarlo, eppure… sembra a tutti gli effetti un Google Earth in tempo reale.
Forte. Fortissimo.
Rido nel silenzio della stanza. Zumo sui marciapiedi, spio l’onda di pedoni che investe le strade come un fiume in piena, rubo la quotidianità londinese da migliaia di chilometri di distanza. Le immagini sono così nitide che potrei leggere il labiale della gente.
Se questa è l’ultima versione, gli sviluppatori hanno superato loro stessi.
La qualità dell’immagine è stupefacente, anche durante le zumate, che sembrano espandersi all’infinito.
E non solo.
Le casse del Mac rimandano il brusio del traffico, i clacson, i passi sui marciapiedi, il suono della pioggia. A far da cornice a questa meraviglia stavolta c’è anche l’audio. Mi domando come sia possibile, ma in tutta franchezza la risposta non m’interessa.
Un’idea s’impadronisce di me. Digito il nome del mio paese.
L’occhio lo individua quasi nello stesso istante in cui termino di batterlo. Dall’Inghilterra alla Toscana in una manciata di secondi, ed eccolo qua: da questa prospettiva sembra irriconoscibile, con le luci dei lampioni accese a ferire il buio della sera. C’è poca gente in giro. Mi sposto con il mouse verso il Bar Sport, ma il bandone è abbassato. La cartoleria sta spengendo le insegne, e un cane trotterella lungo la via. Piove. Digito un indirizzo preciso, e l’occhio si ferma sopra una villetta al margine di un’ampia strada di campagna.
La casa di Giada.
Mi avvicino. Il risultato è eccellente, come essere là di persona.
Clicco sul pulsante dell’asse terrestre, e ruoto la posizione dell’occhio. La villetta gira su sé stessa, fino ad allinearsi in orizzontale. Perfetto. Adesso la vedo come guardandola dal marciapiede. Mi sento onnipotente. La macchina di Giada è parcheggiata lungo il viale, e ci sono le luci accese in casa. Mi sposto sul retro, verso il giardino immerso nel buio. Di solito c’è sempre la porta della veranda accostata per Tobia, il cagnolino, solo che stavolta la intravedo, ed è chiusa. Impreco.
Ma tanto cosa volevo fare?
Deluso, zumo verso l’uscio pensando che a tutto c’è un limite, soprattutto ai maledetti software, e mentre lo faccio capisco che non a tutto c’è un limite. Soprattutto ai maledetti software. Infatti la porta si apre, come spinta dalla zumata.
Mi gratto la testa. Questa poi.
Davanti a me la scala di legno che porta al piano di sopra. Entro e salgo. La casa è illuminata, lo stereo è acceso in soggiorno.
Non so perché, ma inizio a tremare. C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, solo che non posso fermarmi, voglio vedere fin dove riesce a spingersi il satellite.
Con il mouse mi sposto per le stanze alla ricerca di Giada. Conosco bene la villetta, ma lei non la trovo. In camera sua scorgo un paio di jeans buttati là, le scarpe da ginnastica allineate in fondo al letto. Un tuono rompe l’incantesimo, e mi fa sobbalzare sulla sedia. Mi ritrovo a stringere i braccioli con le dita sudate.
Prima mi divertivo, ma adesso…
Mi muovo verso le altre stanze, ma Giada non c’è. Eppure è in casa, la luce è accesa, la macchina è fuori.
Cambio direzione, e scivolo verso il bagno. Mi raggiunge il rumore dell’acqua che scorre. La porta è aperta, e il corridoio al buio. Mi fermo qui a pochi passi, silenzioso e invisibile nell’oscurità. Zumo verso la doccia, e finalmente la vedo, oltre il cristallo del box: il getto le bacia il viso, il corpo, le carezza le curve dei fianchi e scivola lungo le cosce. È incantevole. Eccola che esce; mi soffermo sui seni, poi scendo sulla macchia scura del pube.
Sono eccitato.
Vorrei essere là, anche se in un certo senso ci sono.
I capelli ricci e scuri le ricadono sulle spalle, gli occhi grandi e verdi ruotano alla ricerca di qualcosa. Sorrido. La solita distratta: s’infila sotto la doccia e dimentica l’accappatoio. Ora avanza nuda verso un mobiletto, e tira fuori un asciugamano. Alla fine non resisto, mentre si avvolge un altro panno intorno ai capelli, afferro il cordless e la chiamo. Giada è la classica ragazza che non si separa mai dal cellulare, e infatti sento gli squilli disperdersi nel bagno. Si guarda intorno e cerca il telefono, finché non lo trova e lo afferra con la mano libera.
«Pronto».
Il mio cuore batte a mille. «Amore, sono io».
«Ancora tu!». La sua espressione si indurisce. «Ma cosa vuoi?».
Quelle parole mi feriscono due volte, dalla cornetta e dalle casse del Mac. La gioia si trasforma in delusione.
«Volevo farti una sorpresa…», riesco appena a bisbigliare.
«Una sorpresa? Stai scherzando?».
Sta per aggiungere qualcosa quando si volta verso di me, guarda nella mia direzione, verso il corridoio buio, dove io esisto solo virtualmente.
E si mette a gridare.
Quelle urla mi risvegliano dal torpore. Scatto sulla sedia come punto da un insetto velenoso, e non credo a quello che vedo. L’occhio le va incontro, ma non sono io a guidarlo, non stavolta. Il mouse è fermo sul tavolo, e tra le dita stringo la cornetta.
L’occhio le piomba addosso, e non solo: spuntano due mani, che l’afferrano per la gola. Le grida diventano rantoli. Prima che me ne renda conto, sto gridando anch’io.
«Giada! Giada! Giada!».
Ma non posso fare nulla, solo starmene fermo a guardare.
Non passa neanche un minuto, e finalmente la sento smettere di urlare. Mi ritrovo con i palmi umidi premuti sugli occhi. Ho voglia di vomitare, ma devo guardare, capire cos’è successo: l’occhio è ancora sopra di lei, e sembra spostarsi. Il corpo di Giada giace sulle piastrelle, l’asciugamano aperto per metà, in un perverso invito. Quelle mani disgustose sono ancora là, che l’accarezzano dappertutto prima di scomparire oltre i bordi del monitor.
Non so che fare. Tra i singhiozzi riesco solo a non fare nulla. Poi d’improvviso succede qualcosa. L’occhio sembra precipitare in un caos d’immagini che sfrecciano veloci. Qualcuno l’ha spinto a terra, vedo il tappeto del bagno.
Giada!
Ma sì! È ancora viva, è riuscita a rimettersi in piedi e sorprendere quel dannato alle spalle! Mi mordo le labbra tanto da farle sanguinare. Devo alzarmi, reagire, ma le energie mi abbandonano. Giada sembra prevaricare sull’occhio, che a giudicare dalla prospettiva è disteso sul pavimento. Lei gli salta sopra, poi cerca di graffiarlo.
Ma ecco ricomparire le mani. Quelle maledette.
L’afferrano per il collo e la scaraventano via. Giada è troppo debole, e si lascia sopraffare con facilità. L’occhio si rialza mentre lei inciampa all’indietro, nel box. L’occhio cala sopra di lei.
Per l’ultima volta.
Le mani le prendono la testa e iniziano a sbatterla sul piatto doccia. Tre, quattro, cinque volte. Ogni colpo è accompagnato da un gemito sempre più debole. Smetto di guardare e mi tappo le orecchie, ma è inutile: sento lo stesso. Inconsciamente tengo il conto fino a dodici. Quando le grida cessano mi azzardo a sbirciare, e vedo solo rosso. Ciocche di capelli appiccicate dappertutto, in quel rosso soffocante. Vorrei prendere a pugni lo schermo, ma non servirebbe.
La polizia, ecco cosa. Perché non ho chiamato la polizia, invece di starmene qui come un idiota?
Faccio per comporre il numero, ma mi blocco. L’occhio è davanti allo specchio del lavandino ora, e il vapore si sta dissolvendo restituendo le forme e i contorni di qualcuno. Resta fermo lì e non si muove, come avesse esaurito la propria autonomia, o forse vuole solo lasciarmi guardare.
E lo faccio.
Il telefono mi scivola di mano. Incredulo, mi avvicino allo schermo e osservo il killer. Poi mi metto a urlare.
Per la miseria, sono io.
Mi spingo via con la sedia, disgustato.
Non riesco a dire niente, a pensare niente, tranne che allo scherzo di un hacker. La testa prende a pulsare, sento che se mi alzo finisco a terra.
Ecco che l’occhio si rianima: si allontana dallo specchio, esce dal bagno. Sembra andare di fretta adesso. Nella foga inquadra l’attaccapanni del corridoio, fiori rossi sparsi sul pavimento, una scatola di sigarette. Si precipita giù per le scale, attraversa il soggiorno, imbocca la porta sul retro, la stessa che l’ha lasciato entrare. Fuori piove ancora. L’occhio fugge, non c’è dubbio, e sembra non sia più in grado di volare. Incrocia un tipo con l’ombrello: è il signor Bruni, il farmacista, che alza lo sguardo e resta impalato.
L’emicrania si fa più acuta.
L’occhio attraversa la strada senza esitare, sbatte addosso alla poca gente che incontra sui marciapiedi, inciampa e cade. Si rialza, riprende a correre.
Mio Dio. Ora so dov’è diretto.
Riconosco la strada, le insegne, tutto quanto.
È all’inizio della via, e prosegue verso casa mia. Eccola, riesco a vederla oltre la pineta. Devo reagire, stare pronto, non so cosa può aspettarmi. Scendo in cucina e frugo nei cassetti; scelgo un coltello, uno a caso.
Non mi avrà.
Torno in camera quasi correndo, e sul monitor faccio in tempo a vedere la porta di casa al piano di sotto. È già arrivato.
È già qui.
Mi sfugge un lamento. Stringo l’arma, e mi preparo alla lotta. Osservo la porta spalancarsi, e l’occhio entrare. È giù adesso, e cerca me. Sul monitor vedo scorrere le scale di casa: sta salendo. Posso quasi percepire la sua voglia di uccidere, il suo tanfo di morte. Tendo l’orecchio, ma non percepisco suoni. Il maledetto è abile a nascondersi nel silenzio. Devo concentrarmi sullo schermo, se voglio controllare le sue mosse. Ha raggiunto il piano in cui mi trovo. Tremo. Vorrei tossire, ma non oso. Alzo il coltello sopra la testa.
Fatti sotto. Fatti sotto!
Sta attraversando il corridoio, si muove verso camera mia, intravedo la luce accesa in fondo. Ci siamo. L’occhio è a pochi passi, è appena qua fuori. Nel monitor inizio a riconscere qualcosa: l’abat-jour, l’armadio, il letto, la scrivania, la stanza vuota.
Vuota?
Non importa, lui è arrivato, è qui, è davanti a me, è…
Tremante, guardo verso il corridoio.
E lo vedo.
Cioè, non vedo niente. Niente, tranne il buio.
Abbasso l’arma, sconcertato. Non so più cosa guardare, se lo schermo o il corridoio. D’improvviso l’emicrania si fa lancinante. Lascio cadere il coltello, e mi sorreggo alla scrivania. Scruto di nuovo il corridoio, poi il monitor, solo che adesso è tutto diverso. L’immagine della stanza è sparita: sullo schermo giganteggia Londra dall’alto del cielo, immobile in una grigia fotografia aerea. Il Google Earth di sempre. Ma un attimo prima c’era… Che cosa?
Qualcuno che voleva uccidermi. Forse.
Mi siedo.
Immagini che non mi appartengono aggrediscono la mia mente. Non so da dove provengono, so solo che la stanno devastando. Mi afferro la testa tra le mani, stringo gli occhi, ma così i flash diventano più nitidi.
Vedo una strada piovosa e una casa, come in una vecchia diapositiva. Ci sono luci accese dentro. La riconosco, anche la porta sul retro: è la casa di Giada.
Sto rivivendo il percorso dell’occhio.
Fiori rossi. Un bel mazzo confezionato con fiocchi d’argento, mentre passo al setaccio le stanze della villetta. Ecco Giada sotto la doccia. Esce e le squilla il cellulare. Ci mette un po’ a trovarlo, poi risponde.
«Pronto?»
Senza un perché, rispondo anch’io: «Amore, sono io…».
«Ancora tu! Ma cosa vuoi?».
Cado dalla sedia.
La testa mi sta per esplodere. Striscio sotto la scrivania, mi rannicchio sul parquet. «Volevo farti una sorpresa…».
«Una sorpresa? Stai scehrzando?».
Vedo i fiori finire a terra, poi Giada che guarda verso di me e urla per lo spavento. Arrivano le mani che la uccidono la prima e la seconda volta.
Vomito.
Davanti a me c’è lo specchio ora, e la terribile immagine che riflette, poi la fuga dal bagno, i fiori calpestati, la strada, il farmacista. Il paese che mi gira attorno, la gente che guarda con aria strana, e finalmente la casa, gli scalini che conducono al piano di sopra. Camera mia vuota, la scrivania deserta. Il Mac spento tra appunti e scartoffie.
Finalmente il mal di testa cessa, spazzando via ogni flash.
Mi alzo da terra, e tossisco.
Ho un livido sulla fronte, polvere nel naso e sapore acido in gola. Mi lascio cadere sulla sedia per l’ennesima volta, e guardo verso il corridoio. L’occhio non c’è più, non c’è mai stato. Ho rivissuto nella testa il suo percorso, le cose terribili che ha fatto, ogni suo ricordo. Perché è un mio ricordo.
Ho ucciso Giada, è questa la verità?
Non può essere, eppure la grigia foto di Londra se ne sta qui a rinforzare i miei sospetti. Possibile che mi sia immaginato tutto?
Prendo il cordless e schiaccio il tasto per ripetere l’ultima chiamata. Dovrebbe rispondere Giada. Risponde invece la voce di un ragazzo che ho già sentito.
«Speedy Pizza, buonasera».
Riappendo. Ho un nodo in gola. Mi guardo addosso alla ricerca di tracce, ma non trovo nulla tranne i vestiti umidi. Lei era appena uscita dalla doccia…
Ma fuori piove, cazzo, potrei essermi bagnato per colpa del temporale!
Mi sfioro la guancia e carezzo un graffio fresco. Mi sono rasato prima di uscire, Giada non c’entra nulla, neanche con le piccole macchie rosse che ho sul maglione e sul colletto. Colpa del taglio, ci giurerei. Però sento ancora addosso il suo profumo, l’odore della pelle, il bagnoschiuma.
Non significa niente. Mi ero visto con lei dopo pranzo, perché…
Già… Perché?
Perché voleva parlare di noi due.
E come una vecchia pellicola, il film dei ricordi torna a scorrere e mi riporta indietro di sei ore: Giada seduta al tavolo di un bar nella luce incerta del primo pomeriggio, che dice «Amo un’altra persona». Io che non riesco a reggere il suo sguardo. «Tra noi è finita», conclude prima di alzarsi e andare via.
Mi rivedo a singhiozzare mentre penso che è meglio morire che vivere senza di lei, che è meglio saperla morta, che nelle mani di un altro.
Ricordo di essermi alzato quando iniziava a imbrunire, e aver comprato fiori rossi.
No, sto immaginando tutto. Giada non può avermi lasciato, e io non posso averla uccisa, perché la amo.

Suonano alla porta…

Volevo solo parlarle, d’accordo? Riportarla da me, farla ragionare. Sono passato dal retro per farle una sorpresa, e quando l’ho vista in bagno non ho resistito e l’ho chiamata al cellulare. Forse dovrei controllare le telefonate in uscita!

Suonano ancora con insistenza…

Senza un motivo, penso al farmacista. È l’unico che mi ha visto fuggire.
Fuggire? Ma che sto pensando? Io… io non ho fatto niente.

Ora bussano con forza…

Chi è? Che volete da me? Non ho voglia di aprire. Devo correre da Giada che mi sta aspettando, e non posso fare tardi. Lei è l’amore della mia vita, ed è solo mia. Nessuno me la porterà via.
Mai più.

Un tonfo sordo, al piano di sotto…
Stanno salendo, e sembrano in molti. Il primo di un gruppo di uomini in divisa fa irruzione con la pistola spianata.
«Mani bene in vista! Polizia!».

 

di Filippo Semplici

2 pensieri riguardo “GOOGLE EARTH

  1. Come sempre Semplici riesce a catspultare il lettore in un incubo a occhi aperti, col ritmo incalzante della sua scrittura che, letteralmente, rapisce!
    Bravissimo!

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