LA MORTE SI SVEGLIA ALL’ALBA

Enrica Merlo

 

 

di Enrica Merlo

 

 

Le avventure della prima adolescenza, per quanto colorite, non dissipavano le ombre. Liliana voleva raschiare la crosta e scoprire la carne viva. Ascoltare la morbida cadenza del suo padrone era sempre piacevole, ma una sola domanda urgeva impaziente, vincendo la naturale sottomissione.

«Come sei entrato nella banda?»

«Avevo diciassette anni e un bel lavoro onesto e monotono».

«Qua o ad Alessandria?»

«Vivevo ancora con mia madre» rispose lui, sorridendo. «Il nonno era morto da poco più di un anno e in casa mancava la sua benedetta pensione».

Lei abbozzò una smorfia disgustata.

«Credevo che gli volessi bene, dopotutto ti ha fatto da padre».

I Brunoldi erano usciti e i due potevano chiacchierare, ridere e punzecchiarsi liberamente. Stavano bene insieme, malgrado la situazione scabrosa. 

«Di certo, non lo odiavo, anche se mi batteva come un tappeto».

Liliana si raggomitolò contro la spalliera del vecchio divano su cui esercitava la professione.

«Che lavoro facevi?»

 «Apprendista pasticciere».

Gli occhioni cangianti scintillarono divertiti.

«Mica per passione» incalzò Vito. «Lo stipendio era buono e ci permetteva di saldare i debiti».

«Perché non hai continuato?»

«C’era un idiota che mi tormentava. Una notte ho perso la pazienza e gli ho schiacciato il muso dentro una conca di pan di Spagna crudo. Lo sentivo grugnire e smaniare, ma non lasciavo la presa, tant’è vero che hanno dovuto strapparmelo dalle mani a suon di pugni. Credo che abbia rischiato grosso. La bocca e il naso erano piene di poltiglia vischiosa, impossibile da eliminare senza l’aiuto di qualcuno».

«Anche tu hai corso un bel rischio» gli fece notare lei. «Come te la sei cavata?». 

«Il titolare mi ha servito un fior di manrovescio, poi mi ha buttato fuori».

«Fine dell’avventura» concluse la ragazza. «Ma che c’entra la banda?»

«All’epoca esploravo la provincia su una gloriosa Lambretta» rispose lui, passandole un braccio intorno alle spalle. «Volevo entrare nel sancta sanctorum, a costo di bruciarmi le ali».

Il ragazzo si abbandonò sullo schienale, e le sue parole tratteggiarono luci, ombre, anime e paesaggi.

L’odore della notte, il fumo mescolato all’aroma dei campi, il chiasso, le risate e i locali in cui ci si sentiva nudi sotto gli sguardi taglienti. Lui era l’ultimo arrivato e l’inesperienza lo rendeva vulnerabile.

Una scialba domenica di gennaio tentò la sorte, puntando dritto al gran cerimoniere.

Felice aveva appena pranzato e gli offrì un caffè corretto.

«Non tocca a me sgrossare le reclute. Devi sentire Gildo».

«Lo conosco di striscio e dubito che mi voglia tra i piedi».

«Balle! Gli parlerò io e se son rose fioriranno».

Da quel giorno, Vito cominciò a frequentare un baretto fumoso e vociante, gestito da un amico dell’usuraio.

Gildo comparve un lunedì sera, nel deserto del dopocena. Di solito evitava la ressa e faceva del suo meglio per non dare nell’occhio. I bene informati sostenevano che fosse pieno di risorse e le chiacchiere sul suo conto si trasformavano presto in leggende.

Vito si avvicinò al banco e prese un limone dal cestino accanto alla zuccheriera. Le sue finanze non gli permettevano troppi lussi e il barista ebbe un moto di genuino stupore, ciò nonostante gli consegnò un bicchierino, un coltello affilato e una bottiglia di vodka.

Il ragazzo tagliò il frutto a metà, lo spremette delicatamente, aggiunse una punta di zucchero e versò l’acquavite ghiacciata.

«So che stai cercando me» il tono di Gildo era un invito a essere franco.

«Ho bisogno di soldi» confessò Vito. «Non sono abituato a chiedere l’elemosina, ma è un brutto momento».

«Se ne può parlare. Facciamo un giretto e discutiamo a quattr’occhi».

Finì il suo caffè, pagò entrambe le consumazioni e salutò il barista con un cenno del capo. La Dyane blu laguna era a due passi e salirci per la prima volta fu un autentico colpo al cuore.

«Il Marpione dice che sei in gamba» esordì Gildo, offrendogli una sigaretta. «Certo, preferirei un compagno già sgrossato».

La recluta si limitò a scuotere la cenere fuori dal finestrino.

«È un lavoretto spiccio, ma delicato» soggiunse il veterano. «Tieni il becco chiuso e procurati un passamontagna».

Non aggiunse altro. Accese il motore, infilò una cassetta nel mangianastri e gli rivolse un saluto distratto.

Per tre giorni filati, Gildo sparì dalla circolazione e Vito temette un cambio di programma. Quando ricomparve, nessuno notò l’occhiata d’intesa né il lieve fremito delle loro mani. Ormai era notte alta e, dopo un caffè corretto, i due si misero in cammino.

La Dyane era posteggiata in fondo al viale e, strada facendo, l’esordiente ebbe modo di valutare il peso della sua decisione. Il riverbero dei lampioni sull’asfalto umido lo ipnotizzò e soltanto l’urto secco della portiera riuscì a sciogliere l’incantesimo.

Gildo gli porse due banconote da diecimila lire.

«Tu sai come vanno le cose» disse brusco. «Il saldo a lavoro finito e niente grane».

Nei minuti che seguirono, ammaestrò l’allievo, soffermandosi su ogni minimo dettaglio.

«Il tuo ruolo non è difficile» concluse. «Ci vuole tempismo e un minimo di grinta».

A quel punto c’era ben poco da aggiungere. I ragazzi si salutarono e Vito concluse la nottata al bar, giocando a scopone.

Rientrò alle due, esausto e un tantino brillo. I gatti del cortile si erano dati appuntamento sulle scale e si produssero in un concerto di soffi e miagolii. Vito solleticò gli orecchi al più amichevole e la bestiola strusciò il muso contro i blue jeans, indirizzandogli un accenno di fusa. Peccato doversi staccare da un’immagine così perfetta. 

Bruna Campi era ancora sveglia e gli lanciò uno sguardo astioso. Lui scaraventò il giubbotto sul divano e le tese il denaro. Sapeva che il gesto plateale avrebbe lasciato il segno.

«Tieniti forte, mamma, questo è solo l’anticipo».

«Che cos’hai combinato adesso?» gli occhi, profondamente segnati, lampeggiarono sul viso smorto.

«Non essere ridicola» esplose Vito, urtando una seggiola. «Dobbiamo saldare il conto del macellaio e due mesi di affitto arretrato».

«Ventimila lire, guadagnate chissà come, non ti autorizzano a sputare sentenze».

Il tono duro si rivelò un formidabile detonatore.

«Ti conviene abbassare le arie perché la festa è finita».

Aveva scandito le sillabe una a una e, per la prima volta, si era sentito libero. Lei, al contrario, pareva svuotata.

«Scusami» disse lui, con un filo di voce.

«Ti sei fatto un gran nome» fu l’amara risposta. «Vito Campi: il balordo che ha tentato di accoppare un collega e ora si riscalda la minestra al fuoco della mala».

«Dobbiamo pur vivere, in un modo o nell’altro» replicò lui, spalancando l’uscio della propria stanza. Dopo la morte del nonno, aveva ereditato la vecchia ottomana e i pochi mobili scompagnati.

Non accese nemmeno la luce. Fece volare i mocassini e si abbandonò sulla coperta. Dalle persiane chiuse filtravano bagliori dorati e la risacca del traffico notturno.

I tre quarti di Gavi non sembravano a loro agio e il lieve mal di testa si era trasformato in un dolore pulsante. Forse un giorno avrebbe imparato a bere come un uomo, senza stringere i denti a ogni sorsata.

La consapevolezza del salto nel buio scardinò il suo fragile equilibrio, e una corrente maligna lo snebbiò del tutto, obbligandolo a cacciarsi sotto le lenzuola.

 

***********

 

Il giorno fatidico sbocciò quasi a tradimento. Vito resse l’attesa fumando, leggendo e ascoltando musica. Dopo cena inforcò la Lambretta e si avventurò lungo la statale dei Giovi immersa nella bruma di febbraio.

La casacca impermeabile riparava dal freddo, ma l’umidità rammolliva i calzoni di fustagno e il passamontagna arrotolato sulla fronte.

La mente si strinse intorno alla visione della tiepida saletta, illuminata da globi colorati e pervasa dall’aroma di caffè. Un furgone superò lo scooter, poi due file di lampioni disegnarono una lunga prospettiva. I platani dormivano sotto la morsa del gelo e il bar era deserto. Vito si tolse i guanti ed emise un lieve fischio.

Il barista sbucò dal retro, in maniche di camicia.

«Serviti pure» disse, posando la bottiglia sul marmo cremoso del bancone.

Vito prese il coltello dalla tasca posteriore dei pantaloni e scelse un limone maturo. Non era la solita recita, aveva davvero bisogno di una sferzata. Purtroppo non tollerava ancora l’alcol e due bicchierini lo spedirono in orbita.

Gildo entrò nel locale senza salutare nessuno e ordinò un semplice amaro. Mise sul banco il denaro contato, poi fece una smorfia nervosa e sollevò il bavero del giubbotto. Non era un segnale convenuto, tuttavia il gregario capì al volo.

La nebbia si era sfrangiata in piccoli banchi e la morsa del freddo sembrava meno aspra. I due ragazzi procedettero affiancati per un breve tratto, poi Gildo imboccò una traversa e si diresse verso una fila di auto parcheggiate. Al posto della Dyane, c’era una Fiat 850 beige, targata Milano.

Lui accese il motore, mettendo a contatto i fili dell’avviamento con quelli della batteria, e lanciò uno sguardo scettico alla recluta.   

«Sentiamo un po’, perché vorresti entrare nella banda?»

Vito tirò fuori il pacchetto di Gauloises e gliene offrì una.

«Sto cercando di sopravvivere, punto e basta».

Gildo accese la sigaretta e posò l’accendino sul cruscotto.

«Malgrado l’età, bevi e fumi da intenditore» disse in tono saccente. « Credimi, è inutile giocarsi la salute».

Vito si strinse nelle spalle e afferrò l’accendino.

«Hai ragione, fratello» rispose, calibrando il sarcasmo. «Da grande metterò la testa posto».

L’altro gli batté una manata sulla coscia e si concentrò sulla guida. Ormai non era più tempo di scherzare. A pochi chilometri dall’abitato imboccò una strada sterrata, percorse buona parte della salita e si arrestò ai margini di un campo incolto.

«È un tipetto metodico» disse sottovoce. «Presto sarà qui».

Entrambi abbassarono il passamontagna.

Le auto sfrecciavano sullo stradone e Vito seguiva il percorso dei fanali, come trasognato. I minuti scivolavano lenti, impalpabili, scanditi dal rombo della provinciale e dal monotono abbaiare di un cane.

Finalmente, un’auto imboccò il sentiero. Due fanali giallastri oscillarono nel buio e si arrestarono di botto, con un impercettibile rinculo. Gildo accese il motore, percorse una decina di metri e si piazzò di traverso, a luci spente. Dopo tanti dubbi, Vito avvertì una calma profonda e si aggiustò il passamontagna. Seguendo uno schema prestabilito, si diressero ai lati del veicolo, mentre l’autista bloccava le portiere e tentava di inserire la retromarcia.

Gildo assestò un colpo di cric al finestrino, spalancò la portiera ed estrasse l’uomo dall’abitacolo. Vito lo artigliò da dietro e gli premette un ginocchio sulle reni.

Lo sciagurato si torceva come una bestia scannata. Ogni pugno provocava un sussulto e un mugolio, ciò nonostante la tortura fu breve. A cose fatte, lo abbandonarono al suo destino e risalirono in macchina.

Con una rapida manovra, Gildo deviò verso destra, superando un solchetto coperto di sterpaglie. Le gomme tracciarono una lunga scia fangosa accanto al corpo raggomitolato sull’erba, poi una brusca sterzata riportò l’auto sul sentiero. All’estrema periferia la abbandonarono in una piazzola deserta e si avviarono a piedi.

«Così va bene» sentenziò il maestro. «Ci vuole autocontrollo e lucidità. Guai a strafare».

«E se il tipo non fosse davvero una carogna?»

Gildo rise, dandogli una leggera pacca sulle spalle.

«Va là, scemo! Io conosco dettagli che tu nemmeno immagini. Sarò anche un balordo, eppure ho una mia etica».

L’affermazione poteva sembrare buffa, ma se Gildo Cantamessa era un cialtrone dagli orizzonti limitati, chi era Vito Campi?

Quella notte preferì non indagare oltre e, una volta al sicuro nella propria camera, si addormentò di schianto. La mattina seguente riemerse alle undici, si preparò un tè carico e due panini al formaggio, ignorando le occhiate oblique della madre.

«A che ora sei rientrato?»

«Alle tre e mezzo» rispose con la bocca piena. «Abbiamo giocato a carambola, poi il barista ha cucinato gli spaghetti».

Bruna gli indirizzò uno sguardo di fuoco.

«Dove?»

«In provincia».

«Dove?» incalzò lei, risentita.

«All’inferno».

Soltanto un anno prima gli avrebbe mollato un ceffone.

«Sei un farabutto, come tuo padre».

«Eppure ti andava a genio il paparino. Hai ancora la foto nell’ultimo cassetto del comò» Vito inghiottì un sorso di tè e riprese fiato. «E quella stupida dedica: “Bruna e Domenico per l’eternità”».

«È giusto che tu conosca la sua faccia».

«Non ne ho bisogno» disse lui, calmo. «Amelio è stato più che sufficiente».

Bruna mise sul lavandino un cesto di verdura e si pulì le mani nel grembiule.

«Chi  sono i tuoi amici?» il tono spigliato nascondeva un fondo amaro che le snaturava la voce.

«Gente di fuori» esitò lui. «Novi, Tortona, Voghera».

«Dimmi almeno che cos’hai combinato».

«Niente di irreparabile».

«Perché non sputi il rospo, una buona volta?»

Lui addentò il secondo panino.

«Recupero crediti» disse, mangiandosi le parole.

Bruna sistemò la verdura in un tegame, aggiunse un filo d’olio e mise la pietanza sul fuoco.

«Recupero crediti, vendette, intimidazioni e ricatti. I tuoi padroni non hanno bisogno di tribunali».

Vito distolse lo sguardo. A che scopo esibire il proprio imbarazzo? Nessuno gli avrebbe risparmiato il veleno che meritava.

Lei osservò le spalle quadrate e i muscoli tesi sotto il maglione aderente. Non era più il monello che rompeva i vetri a sassate, era un giovane uomo pronto a rinnegare la parte migliore di sé pur di emergere.

Lui si alzò, con uno scatto improvviso.

«Stasera ceno fuori» disse in tono aspro.

«Butta giù qualcosa di caldo» si rassegnò lei. «Ho del pollo arrosto e le verdure saltate».

Mangiarono l’uno di fronte all’altra, guardando la televisione e conversando a tratti. Dopo il caffè, Vito si distese sul divano e Bruna si mise a cucire.

Il suo unico figlio aveva imboccato una brutta china e lei doveva stare a guardare. Nemmeno il nonno avrebbe potuto fermare l’ingranaggio: un ragazzone di un metro e settantasette non si lascia intimorire dai vecchi ostinati.

Cosa nascondeva la sua brutale noncuranza? Una ferita aperta o un vuoto desolante?

Il pomeriggio scivolò via sereno. Entrambi evitarono ogni accenno alla notte brava e lui fu insolitamente premuroso. Avvolse il filo nella bobina della macchina per cucire, consegnò i capi riparati a un paio di negozi e acquistò qualche leccornia nella migliore gastronomia di via San Lorenzo.

Bruna estrasse i cartocci dalla borsa con palpabile disappunto: tre etti di prosciutto, una robiola di Roccaverano e due tranci di anguilla marinata.

«Si guadagna bene a strapazzare il prossimo».

«Che ne sai tu? La vita non è un film americano.»

Lei fece un gesto crudo e ripose il ben di Dio in frigorifero.

«Non ti va di cenare a casa?»

«Domani» promise lui, sorridendo.

«Esci dal giro» concluse la donna a mo’ di saluto «e cercati un lavoro normale».

«Credi che li abbia sposati?» fu la disinvolta replica. «Sono padrone delle mie scelte e posso mollarli anche stasera».

Le diede un buffetto sulla guancia, prese la casacca e si fiondò sul ballatoio. Il cortile era deserto e una lieve foschia danzava tra le finestre illuminate.

Vito indossò berretto e guanti,  chiuse accuratamente la lampo e salì sullo scooter.

Intercettò Gildo al bar della stazione e, dopo un paio di birre e una partita a flipper, entrambi si rifugiarono sulla Dyane. Fumarono una sigaretta, ascoltando la radio a basso volume, poi l’amico gli allungò tre pezzi da dieci. 

«È una bella cifra» disse senza tanti preamboli. «Comunque sia, te la sei meritata».

Vito seppellì il denaro nel portafoglio e accennò un saluto. Il bar non offriva granché, a parte i soliti barbogi stregati dalla briscola, e lui aveva voglia di camminare. Fece quattro passi lungo il corso ed entrò in una caffetteria. Stavano chiudendo, ma lo lasciarono entrare.

«No, non riaccendere la macchina. Dammi un bianco fermo».

Il silenzio spalancò le porte al rimorso. Perché aveva ingollato quel calice pieno di meschino cinismo? Le grane economiche costituivano una giustificazione plausibile oppure lui era soltanto un vigliacco e un profittatore?

Le dita grassocce di Liliana gli solleticarono la barba, riportandolo alla realtà.

«Non sapevo che Gildo fosse stato il tuo maestro».

«Fino all’anno scorso ci tolleravamo a vicenda. Il Soffia ha rotto l’equilibrio».

La ragazza era l’unico agnello tra tanti lupi e avrebbe fatto carte false pur di sradicarlo dal sottobosco.

Dopo un silenzio imbarazzato, gli chiese quanto fosse attendibile la storia del pugnale a farfalla. Secondo la versione corrente, lui aveva arroventato la lama sulla fiamma dell’accendino, sputandoci sopra per controllare la temperatura, poi l’aveva premuta sul braccio nudo di un povero diavolo.

«Te l’ha detto il Biondo, vero».

«Come fai a saperlo?»

Vito le indirizzò un sorriso agro.

«Era lui a tenerlo fermo mentre io combinavo il disastro».

L’aria sgomenta della giovane turbò il malavitoso.

«È accaduto un anno e mezzo fa, e da allora ho smesso di prendere certa roba».

Liliana rimase impassibile.

«Perché mi hai comprata?» chiese in tono pacato.

«Chiedilo a Felice» si spazientì lui. «Io preferirei tornare sulla mia vecchia strada: contrabbando, ricettazione e recupero crediti».

«Una gran bella scelta, soprattutto lo strozzinaggio».

Vito si sporse in avanti e appoggiò le mani sulle cosce divaricate.

«Non è un lavoro da bruti» disse serio. «Stabilire un accordo è una faccenda complessa. Solo Felice poteva autorizzare il ricorso alle maniere forti, valutando i pro e i contro».

Lei rimase un tantino perplessa.

«Il capo ha dei criteri fissi» riprese Vito. «Non provarci troppo gusto, fatti intendere senza doppi sensi e mantieni sempre il controllo».

La ragazza osservò gli occhi scuri, gli zigomi alti e la fronte segnata da due rughe sottili.

«Perché non ti cerchi un lavoro» disse all’improvviso. «La tua patente vale oro».

Lui fece una smorfia scettica.

«Ti piacerebbe alzarti alle cinque, mangiare dove capita e tagliare muri di nebbia?»

«Non saresti né il primo né l’ultimo».

Lo sguardo del giovane scintillò.

«Non sei la mia donna, sei un bene strumentale. Io posso chiudere bottega e rivenderti al miglior offerente. Pensi di conoscermi così bene da prevedere ogni reazione? È un grosso azzardo, credimi».

Liliana si asciugò le lacrime e tirò su col naso.

«Sono cose che capitano» disse Vito, in tono meno rude. «Ci hai provato e ti è andata buca».

Dopo di che si abbandonò sullo schienale, con le mani intrecciate dietro la testa. Il silenzio, rotto dal crepitio della stufa, alimentava lo sgomento e la vergogna.

«Non buttarla sul tragico» grugnì, facendo oscillare la sigaretta tra le labbra. «Dammi tempo, piuttosto».

Si trattava di un’onesta resa o gli faceva comodo alimentare l’illusione?

Quella creatura fragile, tradita dalla famiglia e bisognosa d’affetto, si aggrappò a un’ipotesi rassicurante. La manina tozza, dalle unghie mangiucchiate, sfiorò la solida zampa del compagno. Le dita si intrecciarono, dapprima timidamente, poi con un’urgenza nuova. Ormai un solo punto fermo le permetteva di tollerare la sua condizione: Vito sembrava più malleabile dei vecchi padroni e inoltre era giovane, bello, gagliardo e poco propenso a recitare il ruolo del mezzano.

 

 

 

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